Paradossi d’estetica e dialoghi dei morti

Che cos’è bello; che cos’è un’opera d’arte? A tutta prima risponde facilmente: la Divina Commedia, la Gerusalemme Liberata, i quadri del rinascimento; ma, chiede Rensi, perché è così? L’incolto, l’inesperto, di fronte a certe opere rimane spesso indifferente, non ne coglie la bellezza né ha particolari moti d’animo; viceversa, i colti ed i sapienti le osannano, ma il loro giudizio vale molto meno di quello che si crede: infatti, è proprio su quella canonistica che loro hanno studiato per entrare nel novero dei colti. Come potrebbero, avendo studiato quelle opere come modelli supremi di bellezza, non attribuire ad esse un alto valore estetico? Ma il meccanismo, dice Rensi, è autoreferenziale, non si basa su evidenze ma, in fondo, su convenzioni storiche, che si tramandano stancamente ma di cui molti all’epoca di Rensi avvertono il carattere appunto posticcio, relativo, eternamente discutibile.

“Se si avesse la pazienza di pensare fino in fondo si vedrebbe di pensare che questo è un circolo vizioso (bello è ciò che piace ai competenti, competenti sono quelli a cui piace il bello); e che ogni tentativo per risolvere il problema del bello cade irrimediabilmente in tal circolo”.

Giuseppe Rensi (1871-1941)

 

 

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