Nov 112013
 

<<Nell’era moderna questa tossica cacofonia insensata, la nostra versione di spettacolo e di combattimenti di gladiatori, di “panem et circenses”, viene pompata ciclicamente ventiquattrore su ventiquattro dalle onde radio.
La vita politica si è fusa con il culto della celebrità.
L’educazione è principalmente professionale. Gli intellettuali sono scacciati e disprezzati. Gli artisti non possono vivere del proprio lavoro. Poche persone leggono libri. Il pensiero è stato bandito soprattutto nelle università e nei college, dove pedanti, timidi e carrieristi sfornano banalità accademiche.>>

Chris Hedges, “La follia dell’impero” 

Nov 262011
 

 

Forse i tempi stanno proprio cambiando. Gli studenti di economia di Harvard hanno denunciato il dogmatismo delle teorie economiche che sono loro insegnate in una lettera aperta a uno dei più influenti tra i loro docenti, il prof . Greg Mankiw.
Mankiw ha scritto un paio manuali su cui si sono formate intere generazioni, è stato consigliere economico per l’amministrazione d George Bush, ed è oggi al servizio dello sfidante repubblicano Mitt Romney.

Il suo corso è frequentato da oltre 700 matricole ogni anno. Ma ora queste stesse matricole hanno detto pubblicamente basta all’indottrinamento: “Riteniamo che il corso esponga una specifica e limitata visione della teoria economica” – si legge nella lettera aperta – “… non c’è nessuna giustificazione nel presentare la teoria di Adam Smith come più fondamentale di quella, poniamo, di Keynes. … lo studio dell’economia dovrebbe legittimamente includere una discussione critica sia dei benefici sia delle falle dei diversi, semplicistici, modelli economici. … ma nella nostra classe abbiamo pochissimo accesso a differenti approcci economici. L’attenzione nel presentare una prospettiva non pregiudiziale (unbiased) è ancora più importante in un corso introduttivo.”

Anni fa, in pieno ‘68, Paul Feyerabend argomentava dall’università di Berkeley che mettere a tacere punti di vista differenti da quelli dominanti significa rapinare il genere umano della possibilità di avvicinarsi alla verità. Per questo la scienza andrebbe organizzata per generare continuamente alternative, dare forza alle anomalie e stimolare la controversia.
Lui lo chiama principio di proliferazione: “Inventa, ed elabora teorie in contraddizione con il punto di vista dominante, anche se questo è generalmente accettato e ben confermato”. Non c’è niente da temere dalla competizione di idee, quello che ci deve fare paura sono il conformismo e la stagnazione. Non solo la scienza andrebbe organizzata in questo modo, ma anche le istituzioni che la ospitano – e come noto, per Feyerabend, la società intera.
E’ bello che sia un gruppo di studenti di Harvard a ricordarcelo.

da Matteo Motterlini, Il Sole 24 ore del 20/11/2011

Set 252011
 

<< Colui che con fatiche e con patimenti, o anche solo dopo molto aspettare, ha conseguito un bene, se vede altri conseguire il medesimo con facilità e presto, in fatti non perde nulla di ciò che possiede, e nondimeno tal cosa è naturalmente odiosissima, perché nell’immaginativa il bene ottenuto scema a dismisura se diventa comune a chi per ottenerlo ha speso e penato poco o nulla. >>

Giacmo Leopardi, Pensieri – XII

Giu 222011
 

Molte delle più importanti scoperte moderne sono sbocciate fuori dalle università, spesso da outsider che hanno lavorato con pochissimi mezzi e che gli accademici “parrucconi” – quelli che disponevano di tanti mezzi – guardavano dall’alto in basso.
Il caso più clamoroso, quello che ha letteralmente rivoluzionato la scienza moderna e ha dato il via a una nuova epoca ha un nome: Albert Einstein. Nel 1905, quando riuscì a far pubblicare sulla rivista “Annalen der Physik” i due saggetti che avrebbero rivoluzionato la storia della scienza, Einstein aveva 26 anni, era stato bocciato al primo esame di ammissione al Politecnico di Zurigo, aveva vissuto facendo supplenze di matematica negli istituti tecnici, finché aveva avuto un’assunzione provvisoria come modesto impiegato all’ufficio brevetti di Berna.In quelle poche pagine di fisica teorica (il secondo studio era di tre paginette), che hanno demolito tante antiche concezioni, c’era gran parte di quello che poi sarebbe stato scoperto sperimentalmente nel corso del Novecento. Non era solo prevista la possibilità di trasformare la materia in energia (l’energia nucleare, poi ricavata nei laboratori e non solo). La teoria generale della relatività di Einstein “implicava che l’universo deve avere avuto un inizio e che dovrà forse avere una fine” (Hawking), cosicché si scoprirà che l’universo è in espansione e che alla sua origine sta il cosiddetto Big Bang, il momento in cui, circa 15 miliardi di anni fa, hanno avuto inizio il tempo e lo spazio, da un minuscolo “punto” dotato di inaudita energia. Costo di quella ricerca pubblicata nel 1905? Praticamente zero. Però è anche giusto riconoscere che il lavoro di Einstein non sboccia dal nulla, ha progenitori come Lorentz, Poincaré, Maxwell.

Per tornare alle grandi ricerche e alle grandi “trovate” che hanno cambiato la storia, il primo computer di tutti i tempi non fu pensato, progettato e costruito in qualche meraviglioso istituto di ricerca delle grandi università americane o europee, ma, con esigui mezzi personali, dal giovane, sconosciuto Zuse Konrad, nel soggiorno di casa sua, al numero 7 di Methfellstrasse, a Berlino. E quando provò a rendere noto il suo lavoro, dopo il 1945, fu a lungo snobbato, con sufficienza, dal mondo accademico. Un altro nome di straordinaria importanza fu quello del matematico Alan Mathison Turing. Anche l’italiano Federico Faggin, che nel 1971, con due collaboratori, realizzò il primo microprocessore, inaugurando l’età dei personal computer, lavorava per una società americana, non faceva ricerca in università.
Ma, andando indietro negli anni, fra gli outsider della ricerca applicata va ricordato il nostro Guglielmo Marconi che da “autodidatta” e con i fondi del padre, a casa, iniziò le ricerche e arrivò ai suoi grandi risultati – che avrebbero spalancato al mondo l’epoca della radio, della Tv (e perfino dei cellulari) – senza trovare interlocutori in Italia. Dovette espatriare. Così conseguì pure il Nobel per la Fisica (più tardi fu molto omaggiato in Italia durante il ventennio).
Si potrebbero ricordare anche il padre scolopio Eugenio Barsanti, inventore del motore a scoppio che cambiò davvero la vita di tutti e altri due italiani di genio, Antonio Meucci e Innocenzo Manzetti, per vie diverse “inventori” del telefono: tutti ebbero dolorose disavventure e controversie per i brevetti registrati da altri.
Pure Antonio Pacinotti, inventore della dinamo-motore, dalle enormi ricadute tecnologiche e civili, ebbe questa amara sorte.