Giu 292015
 

<<Allora il capitano si affretta ad alzarsi ed assieme ai pochi rimasti ci avviciniamo al ponte di legno ove passano i pedoni, ma che confusione: mi volto e vedo una colonna di chilometri e chilometri di gente ti tutte le classi, di tute le età e tutti si accalcano all’ingresso del ponte tenuto a stento dai soldati, poi tutta la barriera si spezza ed il torrente umano si precipita lungo il ponte e come arrivano di là!!! stracciati, irriconoscibili! E ciò dura da giorni e pensare che fra poche ore i ponti saranno fatti saltare: che ne sarà di tutta quella povera gente che rimarrà di là?>>

La prima guerra mondiale, diario inedito di Pio Rossi.

ndr: la Dodicesima battaglia dell’Isonzo definita la battaglia di Caporetto, dal 24 ottobre al 12 novembre 1917, impiegò 257.400 soldati italiani contro 353.000 soldati austriaci e tedeschi. Morirono 13mila italiani, con 30mil aferiti e decine di migliaia fatti prigionieri. Persero la vita circa 50mila austriaci e tedeschi. Una spaventosa carneficina in un piccolo pezzo di terra, di cui il sottotenente di Fanteria Pio Rossi tenne un diario quasi giornaliero.

Apr 222012
 

Siamo in Valle di Susa, esattamente a Susa, al secondo piano del palazzo civico.
E’ il giorno 19 Ottobre 1848 (prima guerra di indipendenza): con il sugello e la garanzia del notaio Giovanni Battista Garino e – in rappresentanza dell’esercito sabaudo – del luogotenente colonnello Francesco Castelli, comandante il Battaglione di Deposito del XIII Reggimento, il venticinquenne Giuseppe Marchetto, non più dunque in età di leva, “s’obbliga e sottomette di prestare militare Servizio nelle Regie armate”.
Non solo: dinanzi a quelle due autorità dichiara che presterà “servizio con tutta attività, zelo e fedeltà che si conviene ad un militare d’onore”, che “sarà obbediente ai superiori Regi ordini e Regolamenti”, che la sua “ferma nelle Regie file” si attuerà “nel più ampio modo determinato dalla legge”.
Il modo con cui avvenne questo apparente normale arruolamento fu tutt’altro che normale. Giuseppe Marchetto, infatti, si dichiara disposto ad andare in guerra al posto di Giovanni Favro, lui sì chiamato a espletare la ferma nel regio esercito: “Marchetto Giuseppe dichiarando di riunire tutti i requisiti della legge richiesti” chiede di “essere ammesso a surrogato in modo tale che il surrogante [Giovanni Favro] più non abbia ad essere ricercato per fatto di tale servizio”; il tutto “per la somma di lire milleottocento nuove di Piemonte”.
Dunque, al di là degli entusiasmi patriottici, è forse lecito supporre che non pochi dei cosiddetti volontari seguissero siffatte consuetudini di arruolamento.
Ovvero, per necessità economiche, per sostenere la famiglia, per fame.
Passano i secoli, ma le stesse motivazioni del povero Giuseppe Marchetto rimangono valide ancora oggi…

montagne360°, feb 2012

Mar 012012
 

Una madre è posta di fronte alla scelta di abbandonare il proprio piccolo di trenta giorni, privarlo della sua linfa materna e lasciarlo di fronte a un fondato rischio di morte, con lo scopo di allattare un altro infante, figlio di una signora benestante la quale non vuole occuparsene per non distrarsi dai suoi svaghi.
Inconcepibile mettere a repentaglio la vita di un bambino.

Eppure, non più di un secolo fa non era affatto inconcepibile. E il rischio di morte per un bambino valeva un’occupazione stagionale.
Una storia che è terminata solo una generazione fa, visto che l’ultima mamma che si è tolta il proprio bimbo dal seno risale al 1963.

Dopo un mese dal parto, le donne lasciavano il paese, destinate ad allattare i piccoli delle famiglie più ricche, persino di famiglie aristocratiche come i Savoia, i Borghese, i Visconti, all’interno delle quali i genitori si preoccupavano di mantenere un dignitoso e pudico distacco dai figli. E allattare, col rischio di rovinarsi il seno, non era certo cosa da principesse, contesse o marchese.

La balia veniva tenuta all’oscuro della vita a casa, non poteva ricevere notizie per tutta la durata del baliatico, che durava in genere dai dodici ai quindici mesi. Dal suo paese niente, neanche un saluto: nessuna lettera, nesun contatto, nessuna eco del pianto filiale, per non alimentare la nostalgia e non subire traumi che abrebbero potuto provocare la perdita del latte.

Il figlio di appena quattro settimane veniva affidato a qualche sorella, o ai padrini di battesimo. I rischi dello svezzamento precice erano minimizzati. Spesso i bambini si ammalavano di gastroenterite, e quando la madre tornava al paese scopriva che il proprio piccolo era morto.

Alpi segrete. Storie di uomini e di montagne, Marco Albino Ferrari

Set 012011
 

Camminare è pratica ancestrale, è penerare lentamente nella vita e nel paesaggio. Farlo in montagna e nel verde è diverso che in città, dove si cammina sempre in fretta, anche se poi non si ha nessuna premura: nelle metropoli occidentali l’andatura media delle persone ha avuto un’accelerazione del 10%, negli ultimi decenni.
In luoghi come Singapore, Taiwan, Hong Kong o la Cina del Sud, anche del 20-30%.
Dove va quella folla alienata? Quando smetterà di stordirsi con le infinite droghe oggi a disposizione: c’è chi si fa di lavoro, chi sniffa vini d’annata, chi si fa di vestiti firmati, di quadri, di gioielli, di viaggi avventurosi, di comparsate sullo schermo esu Internet. Morti di fama, esibizionisti, professionisti dell’amicizia, che corrono e sorridono a gettone…
Viene in mente la marcia di un gruppo di esploratori, che dopo giorni di cammino in mezzo alla foresta videro i portatori abbandonare i carichi e fermasi tre giorni, incuranti delle suppliche. Improvvisamente, gli indios si alzarono e ripartirono, senza motivo apparente: <<Andavamo troppo in fretta>>, dissero,<<abbiamo aspettato che le nostre anime ci raggiungessero>>.

Carlo Grande, Terre Alte, 2008

Giu 052011
 
foto di Mario Rigoni Stern

Mario Rigoni Stern

<<Qualcuno mi mette in mano un rasoio di sicurezza e un piccolo specchio. Guardo queste cose nelle mie mani e poi guardo nello specchio. E questo sarei io: Rigoni Mario di GioBattista, n.15454 di matricola, sergente maggiore del 6° reggimento alpini, battaglione Vestone, cinquantacinquesima compagnia, plotone mitraglieri. Una crosta di terra sul viso, la barba come fili di paglia, i baffi sporchi di muco, gli occhi gialli, i capelli incollati sulla testa dal passamontagna, un pidocchio che cammina sul collo. Mi sorrido.>>

<<Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?>>

Il sergente nella neve, Mario Rigoni Stern

Mag 242011
 

<< La gente di pianura, quelli che mangiano il buon pane di grano, che condiscono le erbe cotte con l’olio, che pestano l’uva nei tini… quando pensano agli uomini della montagna, non so perché, li immaginano tutti vecchi, con barbe bianche come Padre Eterno… in più ficcano loro una pipa ricurva tra i denti e, voilà, il ritratto è fatto.
Di vecchi quassù ne ho conosciuti pochi. Si muore presto in montagna.
Il pane nero ti rode l’intestino, la mancanza di frutta e verdura fa cadere i denti.
La vita nelle stalle umide, a contatto con gli animali, predispone alla tisi, alle malattie di petto.
D’estate, negli alpeggi, vivere con i sottoprodotti del latte indebolisce, l’isolamento predispone a pensieri tristi, qualche volta altera il carattere. Il vino e l’acquavite, tra gente che ne fanno uso raramente e in modo smodato, sono vere piaghe.
La prolificità delle madri è l’unico modo che permette alla gente della montagna di non estinguersi, ma il tributo che si paga è alto.
Su tre nati uno solo ha qualche probabilità di giungere alla maturità.>>

Non tenterai il Signore – memorie di un prete di montagna, Vico e Ugo Avalle.