Giu 222017
 

Con il voto dello scorso 14 giugno il Parlamento ha approvato in via definitiva la legge che riforma il codice penale e il codice di procedura penale. Tra le varie novità introdotte con la riforma, una in particolare è stata letteramente ignorata dal grande pubblico, ma in realtà pone una importante minaccia per la riservatezza dei cittadini: l’introduzione del “trojan” di Stato.

La legge prevede infatti l’utilizzo dei cosiddetti «captatori informatici» per i dispositivi elettronici portatili (dai computer agli smartphone, ma anche qualsiasi apparecchio dotato di microfono, come le Smart Tv o gli elettrodomestici a comando vocale).

La nuova legge prevede che l’ autorità giudiziaria è autorizzata ad installare un “captatore informatico”, comunemente detto “Trojan di Stato”, sui dispositivi da controllare e ne regolamenta l’uso attraverso alcune direttive.

Innanzitutto, l’attivazione del microfono deve avvenire soltanto quando viene inviato un comando esplicito, in base a quanto stabilito dal decreto del giudice che ne autorizza l’uso. Dopodichè, la registrazione deve essere avviata dalla Polizia Giudiziaria, che è tenuta ad indicare  nel “brogliaccio” orario di inizio e fine della registrazione.

Ma la nuova legge sembra non preoccuparsi di affrontare le questioni giuridiche connesse a tutte le altre attività che possono essere eseguite da un trojan e che consentono agli inquirenti di accedere a tutto il contenuto del device infettato: file, e-mail, chat, immagini, video, rubriche, screenshot, etc.

Di fatto il “Trojan di Stato” priva i cittadini di un’adeguata tutela in relazione ad alcuni tra i più essenziali diritti fondamentali, concetto espresso per la prima volta dalla Corte Costituzionale nel 1973 (sentenza n.34/1973), stando al quale “le attività compiute in spregio dei fondamentali diritti del cittadino non possono essere assunte a carico di chi quelle attività costituzionalmente illegittime abbia subito”.

 

 

 

 

Mag 262017
 

Censurati da Facebook per aver pubblicato una foto con due piantine di cannabis.

È successo alla pagina ufficiale della rivista ‘Dolce Vita Magazine’. Lo scorso 5 marzo 2017 la rivista pubblica sulla pagina ufficiale una delle foto ricevute dai loro lettori. Si tratta di una immagine che ritrae due piantine di cannabis. Due giorni pià tardi Facebook la rimuove perché “non rispetta gli standard della comunità” e l’account personale del membro della redazione che ha pubblicato la foto viene sospeso dal social network per 30 giorni. Facebook ha quindi chiesto di rimuovere dalla pagina ‘Dolce Vita’ ogni fotografia di piante di canapa.

“Quello a cui ci troviamo di fronte è un caso più grave – commenta Matteo Gracis, direttore di ‘Dolce Vita’- che testimonia una nuova stretta repressiva: un conto è vietare una pubblicità, altro è bloccare un account, intimare la rimozione di contenuti che non violano alcuna legge e minacciare la chiusura della pagina di una testata giornalistica con oltre 160mila iscritti. Il paradosso finale? – si legge in un comunicato – L’azienda di Mark Zuckerberg ha sede in California, dove la cannabis è del tutto legale”.

Apr 102017
 

Nel mondo di oggi, qualsiasi processo decisionale, in ogni settore, qualsiasi innovazione, è data driven, cioè determinata dall’elaborazione di dati.

Ma chi sono i “padroni dei dati”? Gli addetti ai lavori li indicano con la sigla OTT, che significa Over The Top, ovvero “sopra la vetta”. Sei grandi aziende, sei “sorelle” che in diversi modi influiscono sulla società globalizzata. Sono chiamate così forse ricordando le “sette sorelle” che avevano lo stesso potere in un mondo passato, quello dell’industrializzazione del secondo dopoguerra. Allora il bene primario per lo sviluppo era il petrolio, oggi sono i dati. I dati sono il petrolio del nostro tempo.

Ci sono divergenze di vedute su quante e quali siano le sei (o sette) sorelle del Grande Fratello. L’elenco più comune comprende Google, Yahoo, Apple, Amazon, Facebook e Microsoft, tutte americane. La settima sarebbe Alibaba, cinese, che però è orientata più al commercio all’ingrosso che alla vendita ai consumatori.

Alla luce di queste semplici considerazioni, l’idea che siamo tutti spiati non è esagerata,  non è frutto di paranoia né punto di partenza per qualche scoop estemporaneo. E’ una realtà con cui tutti dobbiamo fare i conti.
“Tutti” vuol dire proprio “tutti”, escluso solo qualche eremita o qualche anziano signore o signora che delle tecnologie non sa che farsene. “Tutti” che non prendono le precauzioni minime per evitare di essere spiati, profilati, limitati nella loro libertà di scegliere.

La CIA, secondo Wikileaks, può spiarci attraverso il televisore intelligente. Che assomiglia sempre di più all’orwelliano teleschermo di “1984”. E anche attraverso il frigorifero intelligente, capace di ricordarci che dobbiamo comperare le uova.
Ma è così difficile aprire lo sportello e contare le uova rimaste?

Forse qualcuno vuole spostare l’intelligenza (per quel po’ che ne abbiamo) dalla nostra testa alle cose che dobbiamo comperare. Così, sempre più stupidi, compreremo molte più cose. Cose più intelligenti di come saremo noi, felici di possederle.

Ott 072016
 

Nel loro tentativo di fornire servizi su misura (insieme a notizie e risultati di ricerca), le web companies (con riferimento non solo a Google e Facebook, ma praticamente ad ogni social network e sito web che applichi tecniche di personalizzazione) ci fanno correre il rischio più che mai concreto di rimanere intrappolati in una “gabbia di filtri”, in una “bolla” che ci separa del resto del mondo (filter bubble), impedendoci l’accesso a informazioni che potrebbero stimolarci o allargare la nostra visione del mondo. Eli Pariser argomenta in modo convincente come questo rischio sia negativo per noi e per la democrazia.

 

(il video è in inglese con i sottotitoli in italiano)

Ott 072016
 

Tutto è cominciato quando Facebook ha censurato la foto storica della “ragazza del napalm” di Nick Ut, simbolo universalmente riconosciuto della guerra in Vietnam. La foto era stata pubblicata dallo scrittore norvegese Tom Egeland, il quale voleva cominciare un dibattito sulle “sette fotografie che hanno cambiato il mondo”.

vietnam, 1972

Non solo questa foto è stata cancellata, ma l’account di Egeland è stato sospeso.

Aftenposten, il quotidiano norvegese più diffuso, il cui proprietario è il gruppo editoriale Schibsted, ha riportato la notizia, inseme alla foto in questione: leggi il comunicato originale.

Facebook ha quindi chiesto al giornale di cancellare la foto o di renderla irriconoscibile nella sua edizione online. C’è di più: prima che il giornale potesse rispondere, Facebook aveva già censurato la foto nella pagina FB di Aftenposten.

Il Primo Ministro norvegese Erna Solberg ha protestato sulla sua pagina di Facebook, ed anche lei è stata censurata.

(Dopo tutta questa querelle, il 9 settembre 2016 Facebook ha ripubblicato la foto: “Visto lo status di icona -spiega il social network- e della sua importanza storica, abbiamo deciso di ripostare la foto”)

Di questo si occupa il recente libro di Cathy O’Neil “Weapons of Math Destruction” (Armi di Distruzione Matematiche), un manuale tanto essenziale quanto l’aria che respiriamo.

O’Neil aveva sottolineato il punto cruciale che Facebook determina, secondo i suo interessi economici, ciò che ciascuno di noi debba vedere (e imparare) nel social network.

Oltre due terzi degli adulti americani ha un profilo Facebook. Circa la metà di loro, secondo una ricerca della Pew Research Center, si affida a Facebook come fonte di notizie, almeno in parte.La maggioranza degli Americani, senza dimenticare molti dei 1.7 miliardi di utenti nel mondo, ignora il fatto che Facebook manipola il feed delle notizie; la gente crede che il sistema istantaneamente condivida tutto ciò che viene pubblicato con tutta la comunità di amici.

E ciò ci porta , ancora una volta, alla questione chiave delle notizie: aggiustando e riaggiustando costantemente il suo algoritmo al fine di mostrare alla gente cosa vuole l’azienda, Facebook ha tutto cio’ che serve per manipolare il sistema politico. Come O’Neil fa notare: “Facebook, Google, Apple, Amazon, Microsoft hanno una vasta mole di informazioni sulla maggioranza della popolazione mondiale e quindi i mezzi per indirizzarci in ciò che vogliono loro”.

Come scriveva George Orwell nella prefazione a “La fattoria degli animali”, <<Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.>>

Set 222016
 

Nel 2011 ho riportato un esempio di come la famosa “enciclopedia” libera possa facilmente essere manipolata per inserire contenuti dalla dubbia autenticità.

A distanza di 5 anni, la situazione è, sostanzialmente, ancora la stessa. Ne è riprova un interessante articolo (leggi il testo completo) di Nicoletta Bourbaki¹, del quale anticipo alcuini passi interessanti:

<<solo le informazioni verificabili perché accompagnate dalla fonte da cui sono tratte meritano di essere prese in considerazione. La fonte può poi dimostrarsi completamente inattendibile o parziale. Insegnare a valutare l’attendibilità delle fonti

L’analisi (elaborata da Barbara Montesi) dei due siti più frequentati dagli studenti (Wikipedia e Cronologia) delinea una situazione preoccupante. In Wikipedia si dissolve uno dei requisiti essenziali della ricerca storica: la verificabilità del dato attraverso la certezza dell’identità del suo autore. Nel web, infatti, tutti possono scrivere di storia, accreditarsi come storici: genealogisti e antiquari, cultori delle memorie familiari e storici locali, professionisti e dilettanti; si  dissolvono le tradizionali gerarchie accademiche, nasce una nuova comunità enormemente allargata fuori dall’università, dalle riviste, dalle fondazioni e dalle altre istituzioni che erano stati da sempre i «luoghi» esclusivi della ricerca.

Pure, ci sarà sempre bisogno di buoni libri e di ricerche rigorose. Qualsiasi navigazione in rete ha bisogno di questi «timoni» per essere efficace. A quei libri e a quelle ricerche si chiederà di «certificare» i siti frequentati dagli studenti, di smascherare le rappresentazioni del passato più fasulle, di fornire un ancoraggio per chi rischia di smarrirsi nel mondo piatto e uniforme del web.>>

  1. Nicoletta Bourbaki è il nome usato da un gruppo di inchiesta su “Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete”.

 

«In tutti i casi in cui non si tratti dei liberi giochi della fantasia, un’affermazione non ha il diritto di presentarsi se non a condizione di poter essere verificata; per uno storico, se usa un documento, indicarne il più brevemente possibile la collocazione, cioè il modo di ritrovarlo, non equivale ad altro che a sottomettersi ad una regola universale di probità. Avvelenata dai dogmi e dai miti, la nostra opinione, anche la meno nemica dei “lumi”, ha perduto persino il gusto del controllo. Il giorno in cui noi, avendo prima avuto cura di non disgustarla con una vana pedanteria, saremo riusciti a persuaderla a misurare il valore di una conoscenza dalla sua premura di offrirsi in anticipo alla confutazione, le forze della ragione riporteranno una delle loro più significative vittorie»

Mark Bloch, Apologia della storia, o mestiere di storico, 1998

 

Set 132016
 

<<È il nostro secolo, lo abbiamo fatto così, non è il caso di piangerci sopra.

È un mondo di robot il cui orologio interno, atomico ovviamente, scandisce discontinuità e non sequenze. L’uomo sarà un osservatore ammaliato dalla sua improbabile esistenza. La fisica quantistica ha formattato la sua mente, è stato in grado di concepire la relatività ma sta scritto che non saprà resistere ai suoi effetti. L’immagine è la realtà e la realtà una chimera.

George Orwell… Nel suo 1984 ci ha esposto la storia dei prossimi mille anni.

Questo libro terrificante è il vero libro del XX secolo, ma non siamo unanimi nel riconoscerlo, il che ci condurrà tutti alla rovina. L’ignoranza è il nostro punto debole, da cui derivano cecità e discordia.

La Globalizzazione avanza a gran passi, presto avrà bisogno di un capo unico, di un monarca assoluto, vorrà il suo Dio, la sua legge suprema, la sua polizia, la sua televisione, le sue voci di complotto, la sua macchina pubblicitaria.

Dov’è allora la lotta ? È appunto questa: rompere l’atomo che ci imprigiona, spezzare le catene dell’asservimento, cercare la strada, trovarla al più presto, chiamare il popolo affrancato a imboccarla, e correre, correre a perdifiato. Al traguardo ci sono la luce, la libertà, la pace.>>

Boualem Sansal
(vincitore del “Grand Prix du roman de l’Académie française” con il romanzo 2084, ispirato a Orwell. Nel 2014 è stato nominato per il Premio Nobel per la letteratura)

Giu 292015
 

<<Il fatto è che… li ho corrotti tutti.

Sì, sì, è andata a finire che li ho corrotti tutti!

Oh, non mi ricordo, non mi ricordo, ma presto, molto presto è corso il primo sangue: ne erano stati stupiti e innorriditi, e avevano cominciato a separarsi, a disunirsi. Erano comparse delle associazioni, ma già l’una contro l’altra. Erano cominciati i rimproveri, le accuse. Avevano conosciuto la vergogna, e l’avevano innalzata a virtù.

[…] Era cominciata l alotta per la separazione, per l’isolamento, per l’individuo, per il mio e il tuo. Avevano cominciato a parlare lingue diverse. Avevano conosciuto il dolore, e gli era piaciuto, il dolore, bramavano le sofferenze e dicevano che la verità si raggiunge soltanto attraverso la sofferenza.

Allora era nata la loro scienza. Quando erano diventati cattivi, avevano cominciato a parlare di fratellanza e umanità e avevano capito questi concetti. Quando erano arrivato dei criminali, avevano inventato la giustizia e avevano prescritto interi codici per conservarla e per fare rispettare i codici avevano innalzato la ghigliottina.

A malapena si ricordavano quello che avevano perso, non volevano neppure credere di essere stati, un tempo, innocenti e felici.>>

Il sogno di un uomo ridicolo, F.Dostoevskij, 1877

Apr 172015
 

Coloro che sono favorevoli a controlli d’identità, telecamere e database di sorveglianza, data mining e altre misure di sorveglianza generalizzata rispondono spesso a chi sostiene il diritto alla privacy con quest’obiezione: Se non stai facendo niente di male, che cos’hai da nascondere?.

Ecco alcune risposte argute:

“Se non sto facendo niente di male, allora non hai motivo di sorvegliarmi”

“Perché è il governo che decide cosa è male, e continua a cambiare la definizione di cosa è male”

“Perché potresti usare in modo sbagliato le mie informazioni”

Frecciate come queste, per quanto valide, mi turbano, perché accettano il presupposto che la privacy consista nel nascondere qualcosa di male. Non è così. La riservatezza è un diritto umano intrinseco ed è un requisito necessario per mantenere la condizione umana con dignità e rispetto.

Ci sono due proverbi che esprimono in modo perfetto questo concetto: quis custodiet custodes ipsos? (Chi sorveglia i sorveglianti?) e “il potere assoluto corrompe in modo assoluto”.

Il cardinale Richelieu aveva ben presente il valore della sorveglianza quando pronunciò la celebre frase “Se mi si dessero sei righe scritte dal pugno del più onesto degli uomini, vi troverei certo qualcosa per condannarlo all’impiccagione”. Sorvegliate chiunque abbastanza a lungo e troverete qualche elemento per arrestarlo – o più semplicemente ricattarlo. La privacy è importante perché senza di essa le informazioni derivanti dalla sorveglianza verranno abusate: per fare i guardoni, per venderle ai maghi del marketing e per spiare i nemici politici, chiunque essi siano in quel particolare frangente.

La privacy ci protegge dagli abusi di coloro che sono al potere, anche se non stiamo facendo nulla che sia considerato sbagliato nel momento in cui viene effettuata la sorveglianza.

Non facciamo nulla di male quando facciamo l’amore o andiamo al gabinetto. Non nascondiamo nulla intenzionalmente quando cerchiamo un luogo privato dove riflettere o conversare. Teniamo diari privati, cantiamo in privato sotto la doccia, scriviamo lettere ad amanti segreti e poi le bruciamo. La riservatezza è un bisogno umano fondamentale.

Un futuro nel quale la privacy è costantemente sotto attacco era talmente inconcepibile per i creatori della Costituzione americana che essi non si posero neppure il problema di specificare la riservatezza come un diritto esplicito. Era intrinseca nella nobiltà del loro vivere e nella loro causa. Era evidente che essere sorvegliati in casa propria era irragionevole. Osservare e spiare erano atti così indecenti da essere inconcepibili fra i gentiluomini dell’epoca. Si sorvegliavano i criminali, non i liberi cittadini. Si era padroni in casa propria. Sono valori intrinseci nel concetto di libertà.

Perché se veniamo osservati in tutto ciò che facciamo, siamo sotto costante minaccia di correzione, giudizio, critica, persino plagio della nostra individualità. Diventiamo bambini, tenuti in catene sotto occhi sempre vigili, col timore costante che – ora o nell’incerto futuro – le tracce e le abitudini che ci lasciamo dietro verranno riesumate per implicarci da qualunque autorità si sia concentrata improvvisamente su quei nostri atti allora privati e innocenti. Perdiamo la nostra individualità, perché tutto ciò che facciamo è osservabile e registrabile.

Quanti di noi, negli ultimi quattro anni e mezzo, si sono fermati di colpo durante una conversazione, improvvisamente consapevoli di poter essere ascoltati di nascosto? Magari si trattava di una telefonata, oppure di uno scambio di e-mail, di una chattata o di una chiacchierata in un luogo pubblico. Magari stavamo parlando di terrorismo o di politica o di Islam. Ci blocchiamo e per un istante temiamo che le nostre parole possano essere tolte dal loro contesto; ma poi ridiamo della nostra stessa paranoia e proseguiamo. Ma il nostro comportamento è cambiato e il nostro modo di parlare viene sottilmente alterato.

Questa è la perdità di libertà che ci si pone di fronte quando ci viene tolta la nostra privacy. Questa è la vita nell’ex Germania Est o nell’Iraq di Saddam Hussein. Ed è il nostro futuro, man mano che permettiamo a occhi incessantemente spioni di entrare nelle nostre vite personali e private.
Sono in troppi a definire erroneamente la questione contrapponendo sicurezza e privacy. La vera scelta è fra libertà e controllo. La tirannia, sia che emerga sotto la minaccia di un attacco fisico straniero, sia che derivi da un’autorevole sorveglianza domestica, resta comunque tirannia. La libertà richiede sicurezza senza intrusione, sicurezza abbinata alla privacy. Una sorveglianza generalizzata da parte della polizia è, per definizione, uno stato di polizia. Ed è per questo che dobbiamo essere paladini della riservatezza anche quando non abbiamo nulla da nascondere.

“The Eternal Value of Privacy, Bruce Schneier, 18 maggio 2006