Nov 282016
 

Vi siete mai chiesti quanti dati una società potrebbe raccogliere su di voi con niente di più che un nome e un “mi piace” su Facebook?

Nell’esperimento – che è stato condiviso dalla società di prevenzione delle frodi Cifas – una caffetteria mostra esattamente cosa succede quando ottiene dai suoi clienti un like alla sua pagina di Facebook per un caffè gratuito. Richiedendo anche il loro nome sono in grado di raccogliere rapidamente una quantità spaventosa di dati personali nel tempo necessario per preparare un cappuccino. Le informazioni, che sono cercate da alcune persone in un furgone dall’altra parte della strada, vengono sussurrate nell’orecchio del barista del caffè. Si va dall’istruzione al posto di lavoro e la religione. Chiaramente maggiori sono le informazioni messe su Facebook più sarà semplice essere frodati. Condividere dati personali come data di nascita, indirizzo e numero di telefono può rendere vulnerabili.

fonte: lastampa.it

Ott 072016
 

Nel loro tentativo di fornire servizi su misura (insieme a notizie e risultati di ricerca), le web companies (con riferimento non solo a Google e Facebook, ma praticamente ad ogni social network e sito web che applichi tecniche di personalizzazione) ci fanno correre il rischio più che mai concreto di rimanere intrappolati in una “gabbia di filtri”, in una “bolla” che ci separa del resto del mondo (filter bubble), impedendoci l’accesso a informazioni che potrebbero stimolarci o allargare la nostra visione del mondo. Eli Pariser argomenta in modo convincente come questo rischio sia negativo per noi e per la democrazia.

 

(il video è in inglese con i sottotitoli in italiano)

Ott 072016
 

Tutto è cominciato quando Facebook ha censurato la foto storica della “ragazza del napalm” di Nick Ut, simbolo universalmente riconosciuto della guerra in Vietnam. La foto era stata pubblicata dallo scrittore norvegese Tom Egeland, il quale voleva cominciare un dibattito sulle “sette fotografie che hanno cambiato il mondo”.

vietnam, 1972

Non solo questa foto è stata cancellata, ma l’account di Egeland è stato sospeso.

Aftenposten, il quotidiano norvegese più diffuso, il cui proprietario è il gruppo editoriale Schibsted, ha riportato la notizia, inseme alla foto in questione: leggi il comunicato originale.

Facebook ha quindi chiesto al giornale di cancellare la foto o di renderla irriconoscibile nella sua edizione online. C’è di più: prima che il giornale potesse rispondere, Facebook aveva già censurato la foto nella pagina FB di Aftenposten.

Il Primo Ministro norvegese Erna Solberg ha protestato sulla sua pagina di Facebook, ed anche lei è stata censurata.

(Dopo tutta questa querelle, il 9 settembre 2016 Facebook ha ripubblicato la foto: “Visto lo status di icona -spiega il social network- e della sua importanza storica, abbiamo deciso di ripostare la foto”)

Di questo si occupa il recente libro di Cathy O’Neil “Weapons of Math Destruction” (Armi di Distruzione Matematiche), un manuale tanto essenziale quanto l’aria che respiriamo.

O’Neil aveva sottolineato il punto cruciale che Facebook determina, secondo i suo interessi economici, ciò che ciascuno di noi debba vedere (e imparare) nel social network.

Oltre due terzi degli adulti americani ha un profilo Facebook. Circa la metà di loro, secondo una ricerca della Pew Research Center, si affida a Facebook come fonte di notizie, almeno in parte.La maggioranza degli Americani, senza dimenticare molti dei 1.7 miliardi di utenti nel mondo, ignora il fatto che Facebook manipola il feed delle notizie; la gente crede che il sistema istantaneamente condivida tutto ciò che viene pubblicato con tutta la comunità di amici.

E ciò ci porta , ancora una volta, alla questione chiave delle notizie: aggiustando e riaggiustando costantemente il suo algoritmo al fine di mostrare alla gente cosa vuole l’azienda, Facebook ha tutto cio’ che serve per manipolare il sistema politico. Come O’Neil fa notare: “Facebook, Google, Apple, Amazon, Microsoft hanno una vasta mole di informazioni sulla maggioranza della popolazione mondiale e quindi i mezzi per indirizzarci in ciò che vogliono loro”.

Come scriveva George Orwell nella prefazione a “La fattoria degli animali”, <<Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.>>

Apr 172015
 

Coloro che sono favorevoli a controlli d’identità, telecamere e database di sorveglianza, data mining e altre misure di sorveglianza generalizzata rispondono spesso a chi sostiene il diritto alla privacy con quest’obiezione: Se non stai facendo niente di male, che cos’hai da nascondere?.

Ecco alcune risposte argute:

“Se non sto facendo niente di male, allora non hai motivo di sorvegliarmi”

“Perché è il governo che decide cosa è male, e continua a cambiare la definizione di cosa è male”

“Perché potresti usare in modo sbagliato le mie informazioni”

Frecciate come queste, per quanto valide, mi turbano, perché accettano il presupposto che la privacy consista nel nascondere qualcosa di male. Non è così. La riservatezza è un diritto umano intrinseco ed è un requisito necessario per mantenere la condizione umana con dignità e rispetto.

Ci sono due proverbi che esprimono in modo perfetto questo concetto: quis custodiet custodes ipsos? (Chi sorveglia i sorveglianti?) e “il potere assoluto corrompe in modo assoluto”.

Il cardinale Richelieu aveva ben presente il valore della sorveglianza quando pronunciò la celebre frase “Se mi si dessero sei righe scritte dal pugno del più onesto degli uomini, vi troverei certo qualcosa per condannarlo all’impiccagione”. Sorvegliate chiunque abbastanza a lungo e troverete qualche elemento per arrestarlo – o più semplicemente ricattarlo. La privacy è importante perché senza di essa le informazioni derivanti dalla sorveglianza verranno abusate: per fare i guardoni, per venderle ai maghi del marketing e per spiare i nemici politici, chiunque essi siano in quel particolare frangente.

La privacy ci protegge dagli abusi di coloro che sono al potere, anche se non stiamo facendo nulla che sia considerato sbagliato nel momento in cui viene effettuata la sorveglianza.

Non facciamo nulla di male quando facciamo l’amore o andiamo al gabinetto. Non nascondiamo nulla intenzionalmente quando cerchiamo un luogo privato dove riflettere o conversare. Teniamo diari privati, cantiamo in privato sotto la doccia, scriviamo lettere ad amanti segreti e poi le bruciamo. La riservatezza è un bisogno umano fondamentale.

Un futuro nel quale la privacy è costantemente sotto attacco era talmente inconcepibile per i creatori della Costituzione americana che essi non si posero neppure il problema di specificare la riservatezza come un diritto esplicito. Era intrinseca nella nobiltà del loro vivere e nella loro causa. Era evidente che essere sorvegliati in casa propria era irragionevole. Osservare e spiare erano atti così indecenti da essere inconcepibili fra i gentiluomini dell’epoca. Si sorvegliavano i criminali, non i liberi cittadini. Si era padroni in casa propria. Sono valori intrinseci nel concetto di libertà.

Perché se veniamo osservati in tutto ciò che facciamo, siamo sotto costante minaccia di correzione, giudizio, critica, persino plagio della nostra individualità. Diventiamo bambini, tenuti in catene sotto occhi sempre vigili, col timore costante che – ora o nell’incerto futuro – le tracce e le abitudini che ci lasciamo dietro verranno riesumate per implicarci da qualunque autorità si sia concentrata improvvisamente su quei nostri atti allora privati e innocenti. Perdiamo la nostra individualità, perché tutto ciò che facciamo è osservabile e registrabile.

Quanti di noi, negli ultimi quattro anni e mezzo, si sono fermati di colpo durante una conversazione, improvvisamente consapevoli di poter essere ascoltati di nascosto? Magari si trattava di una telefonata, oppure di uno scambio di e-mail, di una chattata o di una chiacchierata in un luogo pubblico. Magari stavamo parlando di terrorismo o di politica o di Islam. Ci blocchiamo e per un istante temiamo che le nostre parole possano essere tolte dal loro contesto; ma poi ridiamo della nostra stessa paranoia e proseguiamo. Ma il nostro comportamento è cambiato e il nostro modo di parlare viene sottilmente alterato.

Questa è la perdità di libertà che ci si pone di fronte quando ci viene tolta la nostra privacy. Questa è la vita nell’ex Germania Est o nell’Iraq di Saddam Hussein. Ed è il nostro futuro, man mano che permettiamo a occhi incessantemente spioni di entrare nelle nostre vite personali e private.
Sono in troppi a definire erroneamente la questione contrapponendo sicurezza e privacy. La vera scelta è fra libertà e controllo. La tirannia, sia che emerga sotto la minaccia di un attacco fisico straniero, sia che derivi da un’autorevole sorveglianza domestica, resta comunque tirannia. La libertà richiede sicurezza senza intrusione, sicurezza abbinata alla privacy. Una sorveglianza generalizzata da parte della polizia è, per definizione, uno stato di polizia. Ed è per questo che dobbiamo essere paladini della riservatezza anche quando non abbiamo nulla da nascondere.

“The Eternal Value of Privacy, Bruce Schneier, 18 maggio 2006
Gen 142015
 

Grazie ai ‘mi piace‘ che seminiamo sui social network, i computer riescono a inquadrare la nostra personalità molto meglio di quanto non facciano amici e parenti: gli unici in grado di batterli (ma di misura) sono i nostri partner.

E’ quanto emerge dall’analisi condotta su oltre 86.000 profili Facebook dai ricercatori delle università di Cambridge e Stanford. Lo studio, pubblicato sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas), fornisce elementi utili per elaborare nuove strategie di interazione uomo-macchina, in modo da sviluppare computer capaci di riconoscere le emozioni umane proprio come nei film di fantascienza.

Le ‘chiavi’ per entrare nella nostra psiche, del resto, le forniamo noi stessi ogni volta che clicchiamo ‘mi piace’: grazie alle impronte che lasciamo sui social network come Facebook, i computer sanno dipingere un quadro della nostra personalità che risulta essere addirittura più fedele di quello tratteggiato dalle persone in carne e ossa che ci conoscono davvero. I risultati dello studio sono impietosi. Bastano 10 ‘mi piace’ perchè il computer riesca a inquadrare la nostra personalità meglio di un collega di lavoro, 70 ‘mi piace’ per battere un nostro coinquilino e 150 per superare un nostro familiare. Contro il partner, la lotta si fa più dura: il computer deve analizzare almeno 300 ‘mi piace’ per eguagliare la perspicacia e l’esperienza della nostra dolce metà.

”L’abilità di giudicare la personalità è parte essenziale della nostra vita sociale, nelle decisioni di tutti i giorni come nei progetti a lungo termine, come quando dobbiamo scegliere chi sposare, chi assumere o chi eleggere come presidente”, spiega uno dei ricercatori, David Stillwell. Il ‘Grande Fratello’ delle emozioni potrà dunque esserci di aiuto nel fare le nostre scelte, a patto però che ”i consumatori, gli sviluppatori di tecnologie e i decisori politici promuovano tecnologie e leggi a protezione della privacy, dando agli utenti pieno controllo delle loro impronte digitali”, concludono i ricercatori.

fonte: http://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/internet_social/2015/01/13/il-computer-ci-conosce-meglio-di-amici-e-parenti-_35583654-66f7-4ec6-b2a0-07bcfad544cf.html

ndr: il titolo originale dell’articolo era “Il computer ci conosce meglio di amici e parenti “, che ritengo improprio perchè di per sè il computer non ci conosce affatto, ma è la solita accoppiata big data e data mining che fa la differenza. E Facebook ha in mano un “modesto” archivio di informazioni con le quali divertirsi!

 

Feb 102013
 

Il problema della privacy in rete, come spiegato più volte (a partire dalla semplice associazione big data + data mining), è davvero preoccupante.
Il mercato non sta a guardare e viene incontro a noi cittadini con nuovi servizi (a pagamento, ovviamente), per tutelare e proteggere la nostra privacy.

Un esempio è quello offerto da Reputation.com: guarda il video

from: MyPrivacy from Reputation.com

Tutto verosimile quanto illustrato nella prima parte: ma poi, davvero è possibile ripulire la nostra “fedina digitale”? Qualche dubbio mi rimane: andando a visitare il sito reputation.com, mi sono visto “attaccare” da ben 14 trackers (da Google a Yahoo, ma anche ClickTale, AdRoll, Quantcast, etc.)

Se il controllore è a sua volta controllato…

Feb 102013
 

Il data mining è un processo di estrazione di conoscenza da una grande quantità di dati. Questa conoscenza può avere un valore enorme, a seconda della quantità di dati a disposizione e del settore di riferimento.

C’è chi sfrutta il data mining per estrarre potenziali conclusioni da una serie di dati biologicimetereologicifisici o comunque scientifici.  E naturalmente, ci sono i grandi colossi del Web, per i quali i dati utente stanno diventando sempre più preziosi, poiché consentono di individuare quali utenti siano bersagli perfetti per pubblicità mirate.

In realtà, il data mining vero e proprio è solo uno degli step di un processo più ampio chiamato KDD (Knowledge Discovery in Databases). Questo macroprocesso consiste nella riorganizzazione dei dati all’interno di un database affinché siano pronti per essere “estratti”. Una volta selezionato il tipo di dati su cui si vuole compiere l’analisi, una volta puliti i dati da ogni tipo di rumore o ridondanza, una volta scelto l’algoritmo di estrazione migliore per lo scopo si passa all’analisi vera e propria dei dati in cerca di pattern da cui si possa estrarre un’informazione sconosciuta o verificarne una prevista.

A cosa servono le informazioni estratte da Internet?
Il tempo che passiamo in Rete potrebbe tranquillamente essere paragonato al tragitto di Pollicino nel bosco, la differenza è che noi utenti le briciole le perdiamo da tasche bucate rigonfie di pane, e dunque a nostra insaputa. Lasciamo tracce quando accediamo a un sito, quando apriamo un link, quando utilizziamo una social app, anche solo quando ci soffermiamo più del solito su una particolare immagine o pubblicità. Ogni giorno, la nostra attività in Rete lascia dietro di sè una scia di informazioni che fanno gola a decine di segugi elettronici sguinzagliati nel Web. Come è facile intuire, gran parte di queste informazioni vengono sottoposte a data mining a fini commerciali, pubblicitari per la precisione.
Dall’analisi dei dati utente è possibile reperire informazioni puntuali sulle loro tendenze di consumo e, dal confronto con il comportamento di altri utenti dai gusti simili nei confronti degli ad pubblicitari, valutare quali inserzioni possano avere maggiori chance di ottenere click.

Per approfondire:  CINECA* offre servizi di DataMining (pdf, 416KB)

*CINECA è un Consorzio Interuniversitario senza scopo di lucro formato da 54 università italiane, più l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS il Consiglio Nazionale delle Ricerche – CNR e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – MIUR.
Ago 102012
 

Il “social data mining” si occupa di analisi di informazioni generate dai social network.

Recentemente, Twitter ha siglato un accordo con la società inglese DataSift, la quale avrà accesso a ricerche (collegate a metadati, ovvero informazioni su luoghi, lingue, ecc.)  fino 24 mesi nel passato, per scandagliare le discussioni su un prodotto, gli umori della gente durante un avvenimento, e molto altro (per avere un’idea delle possibilità, consiglio di leggere il bel romanzo di Jeffery Deaver,  “La finestra rotta”).
Basti pensare che lo spazio occupato dai messaggi inviati su Twitter negli ultimi due anni è pari a 22mila dvd da 4,5GB.

Ritorniamo al discordo del “big data”: un’attività che muoverà, entro la fine dell’anno, 5 miliardi di dollari e, nelle previsioni tra 5 anni, ben oltre 53 miliardi di dollari, cioè 10 volte tanto rispetto il 2012.

Feb 292012
 

Partiamo dal recente caso Apple: una app (Path), presente (ora rimossa) nell’iTunes App Store, leggeva i contenuti della rubrica del dispositivo (iPhone o iPad) in cui era installata, a insaputa dell’ignaro utente. Tutte le rubriche “rubate”, venivano memorizzate in un server remoto.
Di chi era il server? Quasi di tutti: si è scoperto che ad archiviare i dati di Apple erano Twitter, Facebook, Instagram, Foursquare, a pure Google.
Al di fuori di qualsiasi controllo, sui questi server sono state archiviate decine di milioni di nominativi e relativi numeri telefonici presi dalle rubriche degli smartphone, con annesse relazioni: chi è amico di chi, quanti volte si sono chiamati, per quanto tempo.
Cosa significa questo? Che i dati sono la nuova valuta di questo millennio. Le informazioni digitali, archiviate e aggregate, costituiscono una risorsa preziosissima per chi vuol fare business su di noi, tant’è che le migliori università si stanno organizzando per istituire dei corsi sulla Data Science, ovvero una nuova scienza che insegna ad analizzare e utilizzare questi dati. I nostri dati.
Pensate che il 93% dei dipendenti Microsoft è membro di LinkedIn e che Microsoft, accedendo a queste informazioni, controlla i suoi dipendenti: sa chi non è soddisfatto dell’attuale lavoro e ne sta cercando un altro, chi si lamenta e per quale motivo.
Oppure al caso Nike Plus: la scarpa da corsa “intelligente” che registra con un sensore i percorsi e i ritmi di chi le indossa, comunicando tutto in rete, all’interno di una banca dati “dedicata” ai runners, i quali possono confrontarsi e comunicare esperienze. Ma c’è sempre il rovescio della megaglia. Ad esempio, Nike sa anche, per le grando città, quali sono i percorsi preferiti, e dove solitamente sostano i corridori. Pensate che queste informazioni farebbero gola a catene di bar, articoli sportivi, ecc.? Chi ci assicura che Nike tiene riservate queste informazioni?