Ago 262011
 

Il sogno è varcare la porta d’avorio. Cercare è sognare. Ogni tanto giunge notizia che una persona ha tentato di entrare, e c’è riuscita: quel tanto di buono che si vede intorno a noi è stato immaginato da qualcuno.
Molti psichiatri dicono che i sogni servono a buttare nel cestino ciò che non serve alla nostra memoria, e a conservare quanto è utile ai progetti dei giorni a venire.
Tutti i progetti nascono da una idea astratta, anche se si sa in partenza che basta una mosca a distruggere un chilo di crema pasticcera lavorata con fatica. Però si continua ad andare avanti lo stesso, e a ricominciare da capo.
Le teorie di Einstein erano un’intuizione. Ottimistica e ottima.
Un sogno realizzato.

Ma anche:
<<Un anziano signore da quasi mezzo secolo collezionava vini di grande prestigio e valore. Li teneva nell’ampia cantina seminterrata. Quel che guadagnava finiva là sotto, in forma di bottiglie, che contemplava come icone preziose, e accudiva neanche fossero creature viventi. Nel silenzio di quegli umidi e oscuri locali udiva perfino le mute voci dei fermenti. E se ne beava. Erano vini di tutta una vita, costosi, francesi e italiani, alcuni di antica data: un sogno da aggiornare, vendemmia dopo vendemmia. Un brutto giorno, non era mai successo, venne giù il cielo inondando la regione e facendo straripare i fiumi. Dai finestroni alti si rovesciarono dentro la cantina ettolitri d’acqua piovana e fanghiglia. Passata la tempesta, il vecchio signore, incredulo, immerso fino alle ginocchia, la torcia elettrica in mano, osservava il disastro intorno a sé. Si consolò subito perché vide che ogni cosa era rimasta al suo posto. I turaccioli avevano perfettamente difeso tutte le bottiglie. Solo che sull’acqua navigavano, in beatitudine, in lungo e in largo, le etichette, che si disperdevano incrociandosi.
L’etichetta di un Romanée Conti del ’27 sorpassava allegramente quella di un Barolo Vigna Cicala dell’89. Più in là un Léoville Barton dell’82 s’andava a incollare su un Rasteau del ’64. E si avvicinava a lui, ondeggiando con dolcezza, l’etichetta di un magnifico Le Griffon del ’99. Il nobile signore gettò un’occhiata alle bottiglie, erano tutte uguali, nude e infreddolite, allineate e senza nome, soldatini degradati e derelitti. Prima formavano un popolo con le sue gerarchie, adesso erano un’informe società di massa. Il vino s’era salvato, era rimasto lo stesso di prima, ma non valeva quasi niente. Il valore di ogni pezzo non si poteva più vedere a occhio nudo, dall’esterno, bisognava scoprirlo nella qualità intrinseca del suo contenuto, assaggiandolo e indovinandone i pregi.>>
I sogni possono anche essere racconti illusori o di delusioni.
Quella cantina s’era di colpo trasformata nella grotta di Prospero: le bottiglie erano solo fantasmi, si scioglievano nell’aria, nell’aria sottile. E noi siamo come quei vini, siamo della stessa stoffa dei sogni, e la nostra piccola vita è circondata dal sonno.
I sogni sono insieme sfide e passatempi notturni, creazioni e sciarade da risolvere. Sono, dice Cocteau, la letteratura del sonno.

Giu 082011
 

<<Per tanto io dico che ben sento tirarmi dalla necessità, subito che concepisco una materia o sostanza corporea, a concepire insieme ch’ella è terminata e figurata di questa o di quella figura, ch’ella in relazione ad altre è grande o piccola, ch’ella è in questo o quel luogo, in questo o quel tempo, ch’ella si muove o sta ferma, ch’ella tocca o non tocca un altro corpo, ch’ella è una, poche o molte, né per veruna immaginazione posso separarla da queste condizioni; ma ch’ella debba essere bianca o rossa, amara o dolce, sonora o muta, di grato o ingrato odore, non sento farmi forza alla mente di doverla apprendere da cotali condizioni necessariamente accompagnata: anzi, se i sensi non ci fussero scorta, forse il discorso o l’immaginazione per se stessa non v’arriverebbe già mai. Per lo che vo io pensando che questi sapori, odori, colori, ecc., per la parte del soggetto nel quale ci par che riseggano, non sieno altro che puri nomi, ma tengano solamente lor residenza nel corpo sensitivo, sì che rimosso l’animale, sieno levate ed annichilite tutte queste
qualità>>.

Galileo Galilei, Il Saggiatore,  1623

Giu 082011
 

Consideriamo un evento a prima vista banale: l’osservazione di un panorama con una casa, un albero, un uccello che canta, fiori che sbocciano. E’ un’esperienza visiva, uditiva, olfattoria.
Immagini, suoni, odori sembra che entrino dentro di noi. Non è così: le cose della realtà provocano negli organi di senso potenziali elettrici che viaggiano all’intero del cervello.
Nel cervello non viaggia l’immagine della casa, ma i potenziali elettrici he la casa provoca nella retina. Arrivati alle aree della coscienza, essi producono l’esperienza della casa. Durante il viaggio nel cervello, i potenziali elettricit acquisiscono qualità che gli oggetti non hanno.
I suoni, gli odori, i colori, il caldo e il freddo, la luce e il buio non sono nel mondo. Essi sono espedienti delle aree della corteccia cerebrale della sensibilità per tener distinte onde elettromagnetiche (luce, buio, colori), molecole (odori e sapori), la loro velocità (caldo e freddo) e spostamenti d’aria (suoni).
La realtà è ben diversa dal luogo pieno di rumori, colori e odori in cui il cervello ci fa vivere.  Essa è un silenzioso e grigio contenitore di molecole senza odori, sapori e temperatura, d’atomi e di campi elettromagnetici in vibrazione.

Qualcosa là fuori. Come il cervello crea la realtà, Enrico Bellone