Ago 242011
 

<<Chi riflette sui tratti costitutivi dell’Italia, del suo paesaggio geografico e, anche, storico, ricorda utilmente la bella pagina di Fernand Braudel che, osservando l’insieme del mondo europeo e mediterraneo nel pieno Rinascimento, segnala per l’Italia un carattere che egli designa con un ossimoro: la insigne, magnifica debolezza. E questa peculiare debolezza (secondo Braudel in Europa solo la Germania si avvicina all’Italia) è l’eccessiva presenza di grandi città capitali, ciascuna con una sua fisionomia particolare, una sua capacità di egemonia, nel senso ampio che Antonio Gramsci ci ha insegnato a riconoscere in questa parola. Ciò ha pesato e pesa nei processi di unificazione, ma anche protegge da omologazioni perverse e, con la sua varietà, è una riserva preziosa di vitali potenzialità autonome e creative.

Come in un gioco di grandezze e figure frattali, in cui lo stesso modulo e rapporto si itera in scale sempre più ridotte, la stessa preziosa debolezza si ripete e ritrova intorno ai grandi centri urbani che con la loro diversità profonda segnano la storia italiana: l’Italia non è solo la terra delle cento città, è anche la terra dei mille e mille centri minori raccolti intorno alle antiche capitali, anch’essi irriducibilmente segnati da tradizioni proprie solo a ciascuno, da parlate fieramente e tenacemente distinte da quelle dei centri anche più vicini. Alessandria e Novara, Como e Lodi, Padova e Vicenza, Lucca e Pisa, Siena, Arezzo e Perugia, L’Aquila e Sulmona, Cosenza e Catanzaro, Enna e Agrigento vogliono essere, sanno di essere ed effettivamente sono mondi culturali diversificati, che perfino rischia d’essere avvertito offensivo se si appaiano alla buona come ora s’è fatto: mondi diversificati nei gusti, nella cucina, nei modi di vita, nel parlare. L’incauto forestiero che non sa rischia di essere travolto da proteste e peggio se confonde i tortelli di zucca di Ferrara con quelli
soltanto omonimi di Reggio o di Modena. E, se è lecito dirlo, scendendo appena nella scala demografica, lo stesso grado di diversificazione si ritrova tra Bagheria e Castelvetrano, tra Sorrento e Torre Annunziata, tra Cori e Velletri, tra Sesto Fiorentino e Prato, tra Cogne e Cuogné: anche qui ci sono abissi culturali che la carta geografica non riesce a far presenti e che solo qualche dialettologo più fine ed esperto conosce.
Se un difetto ha il nostro ceto intellettuale è non essere abbastanza consapevole della straordinaria variegata ricchezza di quella che, trent’anni fa, ho chiamato “l’Italia dei paesi“. Peggio: il ceto intellettuale delle capitali attinge spesso a quella ricchezza il meglio delle sue energie, ma poi finge di dimenticarla e la rimuove. Sotto la scorza patinata e lustra dell’omogeneità televisiva, di pessime bevande americane, di simili capi d’abbigliamento, quella varietà resiste e il diversificarsi delle parlate, chi lo osservi con qualche attenzione, ne è indice e, forse, insieme condizione.
So di andare contro un luogo comune giornalistico. Sono costretto a parlare in prima persona.
Vorrei rammentare perfino a me stesso che ho cominciato a occuparmi della realtà linguistica italiana quasi cinquant’anni fa e mi sono subito imbattuto in autorevolissime dichiarazioni di morte prossima o già avvenuta dei dialetti. Studiando un po’ mi sono poi accorto che queste dichiarazioni ripetevano con poche varianti quelle che possono leggersi in molti dizionari dialettali fioriti durante o poco dopo gli anni dell’unificazione politica nazionale. Il fatto è che c’è una falsa lettura della realtà linguistica italiana (e non solo) dettata da un’idea altrettanto falsa: che la nostra mente linguistica sia come un secchio o uno sciacquone in cui, se si versa una lingua, forzatamente deve uscirne quella che c’era prima. Non è così. Oggi meglio di ieri ci rendiamo conto di quanto ogni comunità umana sia naturalmente intrisa di plurilinguismo, di coesistenza, anche nelle singole persone, di capacità idiomatiche diverse. Un’idea più adeguata di ciò ci permette di correggere la falsa lettura cui accennavo: il pur faticoso ma sicuro cammino che la popolazione italiana ha compiuto negli ultimi quarant’anni verso l’appropriazione effettiva della lingua nazionale, una lingua ancora cinquant’anni fa straniera in patria, una vera lingua di minoranza (disse ironicamente un valoroso glottologo padovano, Giambattista Pellegrini), non ha scacciato dalle diverse regioni i diversi dialetti, ma si è accompagnata e si accompagna a essi, al persistere del loro uso sia pure in forme per ciascuno innovative rispetto al passato. Come già è accaduto di osservare, la maggiore sicurezza linguistica, creata dal sempre più largo e diffuso possesso dei mezzi espressivi che consentono a ciascuno di passare, a seconda delle occorrenze, dai registri più accentuatamente locali e municipali ai registri espressivi di più larga circolazione regionale e nazionale, dai più informali ai più formali, ha cancellato quasi del tutto l’ostentazione scolasticistica della “dialettofobia”, dell’odio per i dialetti, anzi, si disse da qualcuno, della “malerba dialettale”. Certo hanno giovato le grandi esperienze mistilingui sia del teatro sia di prosatori del Novecento, da De Filippo e Gadda e Pasolini e Meneghello ai più recenti Camilleri o Pariani, e ha giovato la grande fioritura di liriche che si sono avvalse magistralmente dei dialetti, Guerra, Buttitta, Pierro, Zavattini, Totò, Zanzotto, Chiominto, Loi e tanti più giovani di loro, in parte ancora misconosciuti. Manca, in verità, tra le lacune persistenti della nostra cultura letteraria e intellettuale, un corpus organico degli scrittori nei dialetti d’Italia e solo in parte la lacuna è colmata da qualche antologia della poesia dialettale. Ma negli anni a noi più vicini la dialettofobia, essa sì, pare defunta. E dentro e, oserei dire, più spesso fuori della cerchia degli accademici specialisti si registra un vero moto di lavori pregevoli volti alla documentazione e allo studio lessicografico delle diverse realtà dialettali.>>

Tullio De Mauro, prefazione al “Il dizionario del dialetto di San Marco in Lamis”, Grazia e Michele Galante

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