Feb 292012
 

Partiamo dal recente caso Apple: una app (Path), presente (ora rimossa) nell’iTunes App Store, leggeva i contenuti della rubrica del dispositivo (iPhone o iPad) in cui era installata, a insaputa dell’ignaro utente. Tutte le rubriche “rubate”, venivano memorizzate in un server remoto.
Di chi era il server? Quasi di tutti: si è scoperto che ad archiviare i dati di Apple erano Twitter, Facebook, Instagram, Foursquare, a pure Google.
Al di fuori di qualsiasi controllo, sui questi server sono state archiviate decine di milioni di nominativi e relativi numeri telefonici presi dalle rubriche degli smartphone, con annesse relazioni: chi è amico di chi, quanti volte si sono chiamati, per quanto tempo.
Cosa significa questo? Che i dati sono la nuova valuta di questo millennio. Le informazioni digitali, archiviate e aggregate, costituiscono una risorsa preziosissima per chi vuol fare business su di noi, tant’è che le migliori università si stanno organizzando per istituire dei corsi sulla Data Science, ovvero una nuova scienza che insegna ad analizzare e utilizzare questi dati. I nostri dati.
Pensate che il 93% dei dipendenti Microsoft è membro di LinkedIn e che Microsoft, accedendo a queste informazioni, controlla i suoi dipendenti: sa chi non è soddisfatto dell’attuale lavoro e ne sta cercando un altro, chi si lamenta e per quale motivo.
Oppure al caso Nike Plus: la scarpa da corsa “intelligente” che registra con un sensore i percorsi e i ritmi di chi le indossa, comunicando tutto in rete, all’interno di una banca dati “dedicata” ai runners, i quali possono confrontarsi e comunicare esperienze. Ma c’è sempre il rovescio della megaglia. Ad esempio, Nike sa anche, per le grando città, quali sono i percorsi preferiti, e dove solitamente sostano i corridori. Pensate che queste informazioni farebbero gola a catene di bar, articoli sportivi, ecc.? Chi ci assicura che Nike tiene riservate queste informazioni?

 

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