Ago 172011
 

Poche settimane fa, Eric Schmidt ha tenuto un discorso impossibile da passare inosservato. “Nel 2029 un semplice hard disk di 11 petabytes (1 PB – petabytes =1 milione di GB – gigabytes, ndr) costerà meno di 100 dollari”, assicurava il presidente di Google. “Secondo i miei calcoli, vi si potranno conservare 600 anni di registrazioni video quotidiane, 24 ore su 24, in qualità dvd“. Abbastanza per registrare un’intera vita, dal primo vagito all’ultimo respiro, e lasciare abbastanza spazio per le generazioni successive.
“Registrare” una vita intera costerà cento dollari.

Una rivoluzione silenziosa è dunque iniziata. Una domanda rimane però senza risposta: perché dovremmo volere una cosa del genere? Perché gli uomini dovrebbero voler registrare la loro vita? Perché ognuno di noi dovrebbe dire ai suoi amici su Facebook che in quel momento si sta pulendo la bocca? Il bisogno di comunicazione sociale non basta a rispondere a questa domanda. Esiste un principio millenario secondo cui le cose di cui ci si ricorda sono realmente accadute.

Le affermazioni di Schmidt rendono ancora più esplosive le conclusioni, pubblicate dalla rivista Science, dello studio di Betsy Sparrow e altri ricercatori che si sono interessati all’influenza della memoria digitale su quella umana.
Prima di tutto, osserviamo che Betsy Sparrow e i suoi colleghi non parlano di Internet, ma di motori di ricerca, e più precisamente di Google. In sintesi, il loro studio ci dice che con Google registriamo sempre meno informazioni, ma sappiamo sempre meglio dove trovarle. Inoltre, dimostrano che quando i soggetti si rendono conto che un’informazione – anche del tutto banale – non sarà rintracciabile co il computer, allora la memorizzano meglio.

Secondo le conclusioni degli scienziati, la delocalizzazione delle nostre conoscenze sulla rete costituisce una delocalizzazione della nostra memoria sulla rete, cosa che corrisponde a quello che i dirigenti di Google rivendicano da sempre come il loro progetto e modello economico. Che cosa c’è di sconvolgente in tutto ciò? Non è la prima volta che questo succede, già Socrate ai suoi tempi si batteva contro l’inutilità della scrittura. L’uomo ha sempre trasferito le conoscenze e la sua memoria su altri supporti. Proclamando che “non bisogna ricordarsi quello che si può ritrovare“, Jürgen Kuri della rivista C’t non fa che citare un vecchio maestro. L’esternalizzazione del sapere è il principio alla base di ogni biblioteca.

Ma per quanto simpatico possa essere, questo punto di vista nasconde un elemento essenziale: finora i diversi supporti di registrazione sono serviti a conservare il passato. Si può anche dire che queste informazioni, proprio grazie alla registrazione, sono diventate elementi del passato. Il fattore limitante del supporto cartaceo, in termini di spazio, non valeva solo per gli annunci pubblicitari dei giornali: qualsiasi forma di conoscenza è sempre stata imposta alla registrazione. Questo vincolo conferiva a ogni informazione scritta una sorta di valore materiale, come per le banconote, anche se, in fin dei conti, il contenuto delle pagine stampate non valeva granché.

In altre parole, le regole del gioco non sono più le stesse se si possono registrare, in tempo reale, seicento anni di vita per meno di cento dollari. Il valore dell’informazione non deriva più dal suo valore intrinseco, ma dal suo posto in una rete. L’onniscienza di Google non ha nulla di letterale. Si tratta di un fenomeno sociale: non è solo “sapere” ma conoscenza dell’utilizzo del sapere, parametro che a sua volta fa continuamente evolvere le condizioni del sapere. Il fenomeno del trasferimento della memoria umana a una società privata americana non riguarda solo qualunque cosa scritta ma anche la massa di esperienze e di ricordi connessi, che rappresentano altrettanti elementi fondamentali dell’identità delle persone. Oggi, è l’insieme di queste conoscenze, e non solo la teoria dei colori di Goethe, che sta riorganizzando Google.

Mountain View non si occupa solo di registrare conoscenze fattuali. Il motore di ricerca statunitense – e questa è una novità assoluta nella storia dell’umanità – si fa carico anche della valutazione, dell’organizzazione e del significato delle associazioni mentali che creiamo nell’utilizzo di queste conoscenze. Probabilmente è questo il vero, e anche il più affascinante, scopo di un’operazione che consiste nel sapere quanto tempo un mouse si è attardato su una strada di Google Earth dopo aver fatto ricerche su un casinò.

Si immagini il responsabile della biblioteca statale di Berlino che conosca dettagliatamente non solo le relazioni contenutistiche di migliaia di libri del suo istituto, ma che sappia anche quanto tempo passa ogni lettore su ogni frase di ogni libro del suo immenso catalogo. E inoltre, quali testi vengono letti, quali solo sfogliati e quali domande si fanno i lettori. Ben presto, questo responsabile conoscerà perfettamente le associazioni di idee dei suoi lettori e se ne servirà per plasmare il sapere che gestisce e organizza.

Non si tratta più, dunque, di un semplice trasferimento della memoria, ma di un suo surrogato. Poiché è molto pratico e fa guadagnare tempo (il superbibliotecario virtuale condivide infatti una parte delle sue conoscenze, anche se questa parte si limita in realtà alle informazioni già note e disponibili altrove), noi lo utilizziamo senza esitare. E ne paghiamo volentieri il prezzo. Dopo tutto, è simpatico poter far posto nella propria testa ad altre cose.

Ma fare spazio per cosa? Non si tratta solo di non doversi ricordare l’anno di nascita di Kant o la migliore ricetta di cheesecake. Quale impatto ha questo trasferimento della propria memoria sociale e associativa sulla nostra identità? Che succederà quando le nostre vite saranno regolate da questa sorta di calcolatori che ci liberano dallo sforzo di memorizzare?

Non è raro sentire specialisti sminuire l’importanza di questo genere di dibattito. Con condiscendenza, ci fanno capire che non si può fermare il progresso e comunque non lo si può fare con questo tipo di ragionamento. Ma queste affermazioni non rispondono alla domanda oggi più importante: qual è la vera influenza di queste imprese nelle quali la gente ha piena fiducia, al punto da sacrificare la propria memoria? Attualmente, il sapere è concentrato nelle mani di una sola multinazionale, tre se si contano Apple e Facebook. E che dire del fatto che il nostro superbibliotecario virtuale non ci dice mai nulla delle conoscenze veramente importanti: ovvero, quali conclusioni ha tratto dalle nostre letture, dai nostri comportamenti, dai nostri acquisti, dalla nostra vita? Che cosa sa esattamente? In realtà, questo bibliotecario assomiglia sempre di più a un dio.

Mentre l’Unione europea spende miliardi di euro per rilanciare per l’ennesima volta il progetto di localizzazione satellitare Galileo, il primo tentativo di sviluppo di un motore di ricerca casalingo è già fallito. La Cina invece, preoccupata di conservare le sue prerogative di interpretazione della realtà, ha messo a punto il motore Baidu. Non si tratta di demonizzare Google, che noi utilizziamo quotidianamente, bensì di favorire lo sviluppo di un motore di ricerca europeo, non privato ed esente da qualsiasi pressione politica o economica (utopia?, ndr). Questa iniziativa rappresenta forse il progetto tecnologico più intrigante del momento e potrebbe avere nel Chaos Computer Club, un’importante organizzazione di hacker, il suo centro di controllo tecnico. In caso contrario, non è escluso che un giorno ci ricorderemo di noi solo vedendo la nostra immagine su uno schermo di un computer attraverso l’obiettivo di una webcam.

Frank Schirrmacher, Frankfurter Allgemeine Zeitung (Traduzione di Andrea De Ritis)

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