Gen 042016
 

Lo diceva già Aristotele: dire che qualcosa è necessario equivale a dire che non è possibile che non sia, e dire che qualcosa è possibile equivale a dire che non è necessario che non sia. Su questo non possiamo che essere tutti d’accordo.

Quindi, in particolare, affermare la necessità dell’esistenza di Babbo Natale equivale ad affermare che non è possibile che Babbo Natale non esista, da cui segue che è possibile che Babbo Natale non esista solo se non è necessario che esista.

Quindi, se è necessario che sia possibile che Babbo Natale non esista, allora è necessario anche che non sia necessario che esista.

Da ciò segue, per contrapposizione, che se non è necessario che non sia necessario che Babbo Natale esista, allora non è necessario nemmeno che sia possibile che non esista.

Ma, appunto (seguendo Aristotele), dire che non è necessario che non sia necessario che Babbo Natale esista equivale a dire che è possibile che sia necessario che Babbo Natale esista.

Quindi abbiano la seguente tesi(1): Se è possibile che sia necessario che Babbo Natale esista, allora non è necessario che sia possibile che Babbo Natale non esista.

Ora, ogni possibilità è necessariamente possibile. Quindi, in particolare, se è possibile che Babbo Natale non esista, allora è necessario che sia possibile che non esista.

E questo a sua volta implica (per contrapposizione) la seguente tesi(2): Se non è necessario che sia possibile che Babbo Natale non esista, allora non è possibile che non esista.

Congiungendo le tesi (1) e (2) avremo perciò che che se è possibile che sia necessario che Babbo Natale esista, allora non è possibile che Babbo Natale non esista, cioè è necessario che esista.

Conclusione: la semplice ipotesi che sia possibile che Babbo Natale esista necessariamente implica la necessità della sua esistenza.

E siccome è possibile (ancorchè non necessario) che Babbo Natale esista necessariamente, l’ipotesi è congermata e se ne deve concludere che è necessario che esista Babbo Natale.

Ma questo significa che Babbo Natale esiste in ogni mondo possibile, e sicuramente questo nostro mondo è possibile, visto che è attuale.

Quindi Babbo Natale esiste, hic et nunc, con buona pace di chi non ci crede.

Roberto Casati e Achille Varzi, Il Sole24Ore, 20 dic 2015

Mar 012012
 

Una madre è posta di fronte alla scelta di abbandonare il proprio piccolo di trenta giorni, privarlo della sua linfa materna e lasciarlo di fronte a un fondato rischio di morte, con lo scopo di allattare un altro infante, figlio di una signora benestante la quale non vuole occuparsene per non distrarsi dai suoi svaghi.
Inconcepibile mettere a repentaglio la vita di un bambino.

Eppure, non più di un secolo fa non era affatto inconcepibile. E il rischio di morte per un bambino valeva un’occupazione stagionale.
Una storia che è terminata solo una generazione fa, visto che l’ultima mamma che si è tolta il proprio bimbo dal seno risale al 1963.

Dopo un mese dal parto, le donne lasciavano il paese, destinate ad allattare i piccoli delle famiglie più ricche, persino di famiglie aristocratiche come i Savoia, i Borghese, i Visconti, all’interno delle quali i genitori si preoccupavano di mantenere un dignitoso e pudico distacco dai figli. E allattare, col rischio di rovinarsi il seno, non era certo cosa da principesse, contesse o marchese.

La balia veniva tenuta all’oscuro della vita a casa, non poteva ricevere notizie per tutta la durata del baliatico, che durava in genere dai dodici ai quindici mesi. Dal suo paese niente, neanche un saluto: nessuna lettera, nesun contatto, nessuna eco del pianto filiale, per non alimentare la nostalgia e non subire traumi che abrebbero potuto provocare la perdita del latte.

Il figlio di appena quattro settimane veniva affidato a qualche sorella, o ai padrini di battesimo. I rischi dello svezzamento precice erano minimizzati. Spesso i bambini si ammalavano di gastroenterite, e quando la madre tornava al paese scopriva che il proprio piccolo era morto.

Alpi segrete. Storie di uomini e di montagne, Marco Albino Ferrari

Ago 242011
 

<<Chi riflette sui tratti costitutivi dell’Italia, del suo paesaggio geografico e, anche, storico, ricorda utilmente la bella pagina di Fernand Braudel che, osservando l’insieme del mondo europeo e mediterraneo nel pieno Rinascimento, segnala per l’Italia un carattere che egli designa con un ossimoro: la insigne, magnifica debolezza. E questa peculiare debolezza (secondo Braudel in Europa solo la Germania si avvicina all’Italia) è l’eccessiva presenza di grandi città capitali, ciascuna con una sua fisionomia particolare, una sua capacità di egemonia, nel senso ampio che Antonio Gramsci ci ha insegnato a riconoscere in questa parola. Ciò ha pesato e pesa nei processi di unificazione, ma anche protegge da omologazioni perverse e, con la sua varietà, è una riserva preziosa di vitali potenzialità autonome e creative.

Come in un gioco di grandezze e figure frattali, in cui lo stesso modulo e rapporto si itera in scale sempre più ridotte, la stessa preziosa debolezza si ripete e ritrova intorno ai grandi centri urbani che con la loro diversità profonda segnano la storia italiana: l’Italia non è solo la terra delle cento città, è anche la terra dei mille e mille centri minori raccolti intorno alle antiche capitali, anch’essi irriducibilmente segnati da tradizioni proprie solo a ciascuno, da parlate fieramente e tenacemente distinte da quelle dei centri anche più vicini. Alessandria e Novara, Como e Lodi, Padova e Vicenza, Lucca e Pisa, Siena, Arezzo e Perugia, L’Aquila e Sulmona, Cosenza e Catanzaro, Enna e Agrigento vogliono essere, sanno di essere ed effettivamente sono mondi culturali diversificati, che perfino rischia d’essere avvertito offensivo se si appaiano alla buona come ora s’è fatto: mondi diversificati nei gusti, nella cucina, nei modi di vita, nel parlare. L’incauto forestiero che non sa rischia di essere travolto da proteste e peggio se confonde i tortelli di zucca di Ferrara con quelli
soltanto omonimi di Reggio o di Modena. E, se è lecito dirlo, scendendo appena nella scala demografica, lo stesso grado di diversificazione si ritrova tra Bagheria e Castelvetrano, tra Sorrento e Torre Annunziata, tra Cori e Velletri, tra Sesto Fiorentino e Prato, tra Cogne e Cuogné: anche qui ci sono abissi culturali che la carta geografica non riesce a far presenti e che solo qualche dialettologo più fine ed esperto conosce.
Se un difetto ha il nostro ceto intellettuale è non essere abbastanza consapevole della straordinaria variegata ricchezza di quella che, trent’anni fa, ho chiamato “l’Italia dei paesi“. Peggio: il ceto intellettuale delle capitali attinge spesso a quella ricchezza il meglio delle sue energie, ma poi finge di dimenticarla e la rimuove. Sotto la scorza patinata e lustra dell’omogeneità televisiva, di pessime bevande americane, di simili capi d’abbigliamento, quella varietà resiste e il diversificarsi delle parlate, chi lo osservi con qualche attenzione, ne è indice e, forse, insieme condizione.
So di andare contro un luogo comune giornalistico. Sono costretto a parlare in prima persona.
Vorrei rammentare perfino a me stesso che ho cominciato a occuparmi della realtà linguistica italiana quasi cinquant’anni fa e mi sono subito imbattuto in autorevolissime dichiarazioni di morte prossima o già avvenuta dei dialetti. Studiando un po’ mi sono poi accorto che queste dichiarazioni ripetevano con poche varianti quelle che possono leggersi in molti dizionari dialettali fioriti durante o poco dopo gli anni dell’unificazione politica nazionale. Il fatto è che c’è una falsa lettura della realtà linguistica italiana (e non solo) dettata da un’idea altrettanto falsa: che la nostra mente linguistica sia come un secchio o uno sciacquone in cui, se si versa una lingua, forzatamente deve uscirne quella che c’era prima. Non è così. Oggi meglio di ieri ci rendiamo conto di quanto ogni comunità umana sia naturalmente intrisa di plurilinguismo, di coesistenza, anche nelle singole persone, di capacità idiomatiche diverse. Un’idea più adeguata di ciò ci permette di correggere la falsa lettura cui accennavo: il pur faticoso ma sicuro cammino che la popolazione italiana ha compiuto negli ultimi quarant’anni verso l’appropriazione effettiva della lingua nazionale, una lingua ancora cinquant’anni fa straniera in patria, una vera lingua di minoranza (disse ironicamente un valoroso glottologo padovano, Giambattista Pellegrini), non ha scacciato dalle diverse regioni i diversi dialetti, ma si è accompagnata e si accompagna a essi, al persistere del loro uso sia pure in forme per ciascuno innovative rispetto al passato. Come già è accaduto di osservare, la maggiore sicurezza linguistica, creata dal sempre più largo e diffuso possesso dei mezzi espressivi che consentono a ciascuno di passare, a seconda delle occorrenze, dai registri più accentuatamente locali e municipali ai registri espressivi di più larga circolazione regionale e nazionale, dai più informali ai più formali, ha cancellato quasi del tutto l’ostentazione scolasticistica della “dialettofobia”, dell’odio per i dialetti, anzi, si disse da qualcuno, della “malerba dialettale”. Certo hanno giovato le grandi esperienze mistilingui sia del teatro sia di prosatori del Novecento, da De Filippo e Gadda e Pasolini e Meneghello ai più recenti Camilleri o Pariani, e ha giovato la grande fioritura di liriche che si sono avvalse magistralmente dei dialetti, Guerra, Buttitta, Pierro, Zavattini, Totò, Zanzotto, Chiominto, Loi e tanti più giovani di loro, in parte ancora misconosciuti. Manca, in verità, tra le lacune persistenti della nostra cultura letteraria e intellettuale, un corpus organico degli scrittori nei dialetti d’Italia e solo in parte la lacuna è colmata da qualche antologia della poesia dialettale. Ma negli anni a noi più vicini la dialettofobia, essa sì, pare defunta. E dentro e, oserei dire, più spesso fuori della cerchia degli accademici specialisti si registra un vero moto di lavori pregevoli volti alla documentazione e allo studio lessicografico delle diverse realtà dialettali.>>

Tullio De Mauro, prefazione al “Il dizionario del dialetto di San Marco in Lamis”, Grazia e Michele Galante