Ott 182016
 

<<Le rivoluzioni devono essere considerate come le rivincite della follia sul buon senso (…). La società borghese ha creato l’uomo macchina, l’uomo funzionario, l’uomo orologiaio, l’uomo regola. Io sogno l’uomo eccezione.>>

L’Homme qui cherche, “Cavalcata paradossale. Caccia al ‘buon senso'”, in La Folla, 6 Aprile 1913

Gen 042016
 

Lo diceva già Aristotele: dire che qualcosa è necessario equivale a dire che non è possibile che non sia, e dire che qualcosa è possibile equivale a dire che non è necessario che non sia. Su questo non possiamo che essere tutti d’accordo.

Quindi, in particolare, affermare la necessità dell’esistenza di Babbo Natale equivale ad affermare che non è possibile che Babbo Natale non esista, da cui segue che è possibile che Babbo Natale non esista solo se non è necessario che esista.

Quindi, se è necessario che sia possibile che Babbo Natale non esista, allora è necessario anche che non sia necessario che esista.

Da ciò segue, per contrapposizione, che se non è necessario che non sia necessario che Babbo Natale esista, allora non è necessario nemmeno che sia possibile che non esista.

Ma, appunto (seguendo Aristotele), dire che non è necessario che non sia necessario che Babbo Natale esista equivale a dire che è possibile che sia necessario che Babbo Natale esista.

Quindi abbiano la seguente tesi(1): Se è possibile che sia necessario che Babbo Natale esista, allora non è necessario che sia possibile che Babbo Natale non esista.

Ora, ogni possibilità è necessariamente possibile. Quindi, in particolare, se è possibile che Babbo Natale non esista, allora è necessario che sia possibile che non esista.

E questo a sua volta implica (per contrapposizione) la seguente tesi(2): Se non è necessario che sia possibile che Babbo Natale non esista, allora non è possibile che non esista.

Congiungendo le tesi (1) e (2) avremo perciò che che se è possibile che sia necessario che Babbo Natale esista, allora non è possibile che Babbo Natale non esista, cioè è necessario che esista.

Conclusione: la semplice ipotesi che sia possibile che Babbo Natale esista necessariamente implica la necessità della sua esistenza.

E siccome è possibile (ancorchè non necessario) che Babbo Natale esista necessariamente, l’ipotesi è congermata e se ne deve concludere che è necessario che esista Babbo Natale.

Ma questo significa che Babbo Natale esiste in ogni mondo possibile, e sicuramente questo nostro mondo è possibile, visto che è attuale.

Quindi Babbo Natale esiste, hic et nunc, con buona pace di chi non ci crede.

Roberto Casati e Achille Varzi, Il Sole24Ore, 20 dic 2015

Giu 292015
 

<<Allora il capitano si affretta ad alzarsi ed assieme ai pochi rimasti ci avviciniamo al ponte di legno ove passano i pedoni, ma che confusione: mi volto e vedo una colonna di chilometri e chilometri di gente ti tutte le classi, di tute le età e tutti si accalcano all’ingresso del ponte tenuto a stento dai soldati, poi tutta la barriera si spezza ed il torrente umano si precipita lungo il ponte e come arrivano di là!!! stracciati, irriconoscibili! E ciò dura da giorni e pensare che fra poche ore i ponti saranno fatti saltare: che ne sarà di tutta quella povera gente che rimarrà di là?>>

La prima guerra mondiale, diario inedito di Pio Rossi.

ndr: la Dodicesima battaglia dell’Isonzo definita la battaglia di Caporetto, dal 24 ottobre al 12 novembre 1917, impiegò 257.400 soldati italiani contro 353.000 soldati austriaci e tedeschi. Morirono 13mila italiani, con 30mil aferiti e decine di migliaia fatti prigionieri. Persero la vita circa 50mila austriaci e tedeschi. Una spaventosa carneficina in un piccolo pezzo di terra, di cui il sottotenente di Fanteria Pio Rossi tenne un diario quasi giornaliero.

Apr 072014
 

<<All America lies at the end of the wilderness road, and our past is not a dead past, but still lives in us. Our forefathers had civilization inside themselves, the wild outside. We live in the civilization they created, but within us the wilderness still lingers. What they dreamed, we live, and what they lived, we dream.>>

Thomas King Whipple, “Study Out the Land”, 1943

<<Alla fine di una strada desolata, là nasce l’America, e il nostro passato non è morto, ma continua a vivere dentro di noi. La civiltà dei nostri avi nasceva dal di dentro, fuori il deserto. Noi viviamo nella civiltà che loro hanno saputo creare, ma dentro di noi c’è ancora il deserto. Viviamo quello che essi sognarono e sognamo quello che essi vissero.>>

Apr 222012
 

Siamo in Valle di Susa, esattamente a Susa, al secondo piano del palazzo civico.
E’ il giorno 19 Ottobre 1848 (prima guerra di indipendenza): con il sugello e la garanzia del notaio Giovanni Battista Garino e – in rappresentanza dell’esercito sabaudo – del luogotenente colonnello Francesco Castelli, comandante il Battaglione di Deposito del XIII Reggimento, il venticinquenne Giuseppe Marchetto, non più dunque in età di leva, “s’obbliga e sottomette di prestare militare Servizio nelle Regie armate”.
Non solo: dinanzi a quelle due autorità dichiara che presterà “servizio con tutta attività, zelo e fedeltà che si conviene ad un militare d’onore”, che “sarà obbediente ai superiori Regi ordini e Regolamenti”, che la sua “ferma nelle Regie file” si attuerà “nel più ampio modo determinato dalla legge”.
Il modo con cui avvenne questo apparente normale arruolamento fu tutt’altro che normale. Giuseppe Marchetto, infatti, si dichiara disposto ad andare in guerra al posto di Giovanni Favro, lui sì chiamato a espletare la ferma nel regio esercito: “Marchetto Giuseppe dichiarando di riunire tutti i requisiti della legge richiesti” chiede di “essere ammesso a surrogato in modo tale che il surrogante [Giovanni Favro] più non abbia ad essere ricercato per fatto di tale servizio”; il tutto “per la somma di lire milleottocento nuove di Piemonte”.
Dunque, al di là degli entusiasmi patriottici, è forse lecito supporre che non pochi dei cosiddetti volontari seguissero siffatte consuetudini di arruolamento.
Ovvero, per necessità economiche, per sostenere la famiglia, per fame.
Passano i secoli, ma le stesse motivazioni del povero Giuseppe Marchetto rimangono valide ancora oggi…

montagne360°, feb 2012

Mar 012012
 

Una madre è posta di fronte alla scelta di abbandonare il proprio piccolo di trenta giorni, privarlo della sua linfa materna e lasciarlo di fronte a un fondato rischio di morte, con lo scopo di allattare un altro infante, figlio di una signora benestante la quale non vuole occuparsene per non distrarsi dai suoi svaghi.
Inconcepibile mettere a repentaglio la vita di un bambino.

Eppure, non più di un secolo fa non era affatto inconcepibile. E il rischio di morte per un bambino valeva un’occupazione stagionale.
Una storia che è terminata solo una generazione fa, visto che l’ultima mamma che si è tolta il proprio bimbo dal seno risale al 1963.

Dopo un mese dal parto, le donne lasciavano il paese, destinate ad allattare i piccoli delle famiglie più ricche, persino di famiglie aristocratiche come i Savoia, i Borghese, i Visconti, all’interno delle quali i genitori si preoccupavano di mantenere un dignitoso e pudico distacco dai figli. E allattare, col rischio di rovinarsi il seno, non era certo cosa da principesse, contesse o marchese.

La balia veniva tenuta all’oscuro della vita a casa, non poteva ricevere notizie per tutta la durata del baliatico, che durava in genere dai dodici ai quindici mesi. Dal suo paese niente, neanche un saluto: nessuna lettera, nesun contatto, nessuna eco del pianto filiale, per non alimentare la nostalgia e non subire traumi che abrebbero potuto provocare la perdita del latte.

Il figlio di appena quattro settimane veniva affidato a qualche sorella, o ai padrini di battesimo. I rischi dello svezzamento precice erano minimizzati. Spesso i bambini si ammalavano di gastroenterite, e quando la madre tornava al paese scopriva che il proprio piccolo era morto.

Alpi segrete. Storie di uomini e di montagne, Marco Albino Ferrari

Feb 082012
 

Ho ritrovato casualmente uno scirtto di Franco Foschi. Vecchio di 12 anni, ma quanto mai attuale.
Lo ripropongo condividendone appieno i contenuti.

<<Siamo ormai da anni in una nuova situazione di crisi. Che si possa definire come “crisi di modernità” come alcuni studiosi hanno detto già dieci anni fa o diversamente, certo tra i segnali più evidenti è:

1. la rinuncia alla storia, il lasciare che il fare, il quotidiano, ci derubino del passato;

2. la straordinaria difficoltà che i partiti politici hanno nel definirsi e nel trovare un consenso duraturo. Così, come diceva Dahrendorf, “i giovani non hanno più nè i grandi maestri del passato, nè i punti di riferimento nel presente“.

Il dibattito è confuso e ripetitivo. Le proposte tendono a presentare come nuovo ciò che nuovo non è.

Molti – troppi – che si allontanano dalla politica, sentono tuttavia il bisogno di partecipare al rinnovamento della società, ricominciando dalle comunità locali e dai temi che riguardano la vita delle famiglie, la salute, gli ospedali, la casa, il lavoro, la cultura, il necessario equilibrio tra sviluppo economico e sviluppo umano.

La solidarietà tra gli anziani ed i giovani, tra i popoli e le diversità delle cause dei bisogni umani, i bisogni di coloro che vivono con noi nelle realtà locali che conosciamo, avvalendoci delle esperienze delle associazioni, del volontariato, degli amministratori consapevoli del fatto che la città è famiglia di famiglie, come diceva Mounier e come hanno insegnato in più di un secolo cattolici, socialisti e laici di vario orientamento culturale.

Per queste ragioni mi sembra di non poter ulteriormente tacere di fronte al quotidiano interrogativo che ascolto i molti che, alla vigilia di nuovi eventi suggeriti dalla mancanza di coraggio o da una frettolosa rinuncia, chiedono che si trovino le ragioni di incontro, di confronto, la capacità di lavorare insieme, opponendosi alle assurde frammentazioni e contrapposizioni come alle aggregazioni di comodo.>>

Franco Foschi, 12 Gennaio 2000

Giu 222011
 

Molte delle più importanti scoperte moderne sono sbocciate fuori dalle università, spesso da outsider che hanno lavorato con pochissimi mezzi e che gli accademici “parrucconi” – quelli che disponevano di tanti mezzi – guardavano dall’alto in basso.
Il caso più clamoroso, quello che ha letteralmente rivoluzionato la scienza moderna e ha dato il via a una nuova epoca ha un nome: Albert Einstein. Nel 1905, quando riuscì a far pubblicare sulla rivista “Annalen der Physik” i due saggetti che avrebbero rivoluzionato la storia della scienza, Einstein aveva 26 anni, era stato bocciato al primo esame di ammissione al Politecnico di Zurigo, aveva vissuto facendo supplenze di matematica negli istituti tecnici, finché aveva avuto un’assunzione provvisoria come modesto impiegato all’ufficio brevetti di Berna.In quelle poche pagine di fisica teorica (il secondo studio era di tre paginette), che hanno demolito tante antiche concezioni, c’era gran parte di quello che poi sarebbe stato scoperto sperimentalmente nel corso del Novecento. Non era solo prevista la possibilità di trasformare la materia in energia (l’energia nucleare, poi ricavata nei laboratori e non solo). La teoria generale della relatività di Einstein “implicava che l’universo deve avere avuto un inizio e che dovrà forse avere una fine” (Hawking), cosicché si scoprirà che l’universo è in espansione e che alla sua origine sta il cosiddetto Big Bang, il momento in cui, circa 15 miliardi di anni fa, hanno avuto inizio il tempo e lo spazio, da un minuscolo “punto” dotato di inaudita energia. Costo di quella ricerca pubblicata nel 1905? Praticamente zero. Però è anche giusto riconoscere che il lavoro di Einstein non sboccia dal nulla, ha progenitori come Lorentz, Poincaré, Maxwell.

Per tornare alle grandi ricerche e alle grandi “trovate” che hanno cambiato la storia, il primo computer di tutti i tempi non fu pensato, progettato e costruito in qualche meraviglioso istituto di ricerca delle grandi università americane o europee, ma, con esigui mezzi personali, dal giovane, sconosciuto Zuse Konrad, nel soggiorno di casa sua, al numero 7 di Methfellstrasse, a Berlino. E quando provò a rendere noto il suo lavoro, dopo il 1945, fu a lungo snobbato, con sufficienza, dal mondo accademico. Un altro nome di straordinaria importanza fu quello del matematico Alan Mathison Turing. Anche l’italiano Federico Faggin, che nel 1971, con due collaboratori, realizzò il primo microprocessore, inaugurando l’età dei personal computer, lavorava per una società americana, non faceva ricerca in università.
Ma, andando indietro negli anni, fra gli outsider della ricerca applicata va ricordato il nostro Guglielmo Marconi che da “autodidatta” e con i fondi del padre, a casa, iniziò le ricerche e arrivò ai suoi grandi risultati – che avrebbero spalancato al mondo l’epoca della radio, della Tv (e perfino dei cellulari) – senza trovare interlocutori in Italia. Dovette espatriare. Così conseguì pure il Nobel per la Fisica (più tardi fu molto omaggiato in Italia durante il ventennio).
Si potrebbero ricordare anche il padre scolopio Eugenio Barsanti, inventore del motore a scoppio che cambiò davvero la vita di tutti e altri due italiani di genio, Antonio Meucci e Innocenzo Manzetti, per vie diverse “inventori” del telefono: tutti ebbero dolorose disavventure e controversie per i brevetti registrati da altri.
Pure Antonio Pacinotti, inventore della dinamo-motore, dalle enormi ricadute tecnologiche e civili, ebbe questa amara sorte.

Giu 052011
 

<<Di fronte ai miei compagni di lager io rimango sempre il numero 6865, e per ciò conto eslusivamente per 1. Ognuno contava per quel che valeva. E ognuno era considerato per quello che faceva. Il mondo ci dimenticò. Fummo peggio che abbandonati, ma questo non bastò a renderci bruti: con niente ricostruimmo la nostra civiltà. Sorsero i giornali parlati, le conferenze, la chiesa, l’università, il teatro, i concerti, il centro radio. E ognuno diede quello che poteva dare, e così nacque un mondo dove era stimato per quello che valeva e ognuno contava per 1.

Costruimmo, noi, da niente, la Città Democratica. E se, ancor oggi, molti dei ritornati rimangono al margine della vita, è perchè l’immagine che si erano fatti della democrazia nei lager, risulta spaventosamente diversa da questa finta democrazia degli intrighi.

Sono i delusi: forse i più onesti.>>

Diario Clandestino, Giovannino Guareschi

Guareschi fece parte dei circa 500 mila soltadi italiani che dopo l’armistizio dell’ 8 settembre 1943, si rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale e furono pertanto deportati nei campi di prigionia tedeschi come IMI (internati militari italiani).