Ago 252017
 

La legge del Sistema è stata annunciata nel Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Forse anche lei conosce quella bella definizione della follia attribuita a Einstein: “Rifare continuamente la stessa cosa sperando ogni volta di ottenere risultati differenti”.

Ed è sempre ingenuità infantile indignarsi nel vedere i nostri governanti trascurare gli interessi del paese. Ma non è certo per questo che sono stati eletti! Non sono stati eletti per difendere l’interesse generale, bensì per servire gli interessi della Nuova Classe, ovvero dei più ricchi.
Non sono al loro posto per risolvere i problemi, ma per aggravarli.
E vi riescono benissimo, con una pubblica istruzione concepita alla perfezione per sradicare lo spirito critico, e una disoccupazione che spinga i lavoratori ad accettare un impiego a qualsiasi condizione, a fronte di un maggiore profitto per i loro datori di lavoro.
Sarebbe ora di renderci conto che, quando in occasione di una tornata elettorale si afferma che “il popolo ha parlato”, sta a significare che ormai non può più fare altro che tacere.
La gente vota “come gli diranno di farlo”, diceva Tocqueville. E sarà così finché il popolo non si sarà riappropriato del suo potere costituente.

Alain de Benoist

Set 222016
 

Nel 2011 ho riportato un esempio di come la famosa “enciclopedia” libera possa facilmente essere manipolata per inserire contenuti dalla dubbia autenticità.

A distanza di 5 anni, la situazione è, sostanzialmente, ancora la stessa. Ne è riprova un interessante articolo (leggi il testo completo) di Nicoletta Bourbaki¹, del quale anticipo alcuini passi interessanti:

<<solo le informazioni verificabili perché accompagnate dalla fonte da cui sono tratte meritano di essere prese in considerazione. La fonte può poi dimostrarsi completamente inattendibile o parziale. Insegnare a valutare l’attendibilità delle fonti

L’analisi (elaborata da Barbara Montesi) dei due siti più frequentati dagli studenti (Wikipedia e Cronologia) delinea una situazione preoccupante. In Wikipedia si dissolve uno dei requisiti essenziali della ricerca storica: la verificabilità del dato attraverso la certezza dell’identità del suo autore. Nel web, infatti, tutti possono scrivere di storia, accreditarsi come storici: genealogisti e antiquari, cultori delle memorie familiari e storici locali, professionisti e dilettanti; si  dissolvono le tradizionali gerarchie accademiche, nasce una nuova comunità enormemente allargata fuori dall’università, dalle riviste, dalle fondazioni e dalle altre istituzioni che erano stati da sempre i «luoghi» esclusivi della ricerca.

Pure, ci sarà sempre bisogno di buoni libri e di ricerche rigorose. Qualsiasi navigazione in rete ha bisogno di questi «timoni» per essere efficace. A quei libri e a quelle ricerche si chiederà di «certificare» i siti frequentati dagli studenti, di smascherare le rappresentazioni del passato più fasulle, di fornire un ancoraggio per chi rischia di smarrirsi nel mondo piatto e uniforme del web.>>

  1. Nicoletta Bourbaki è il nome usato da un gruppo di inchiesta su “Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete”.

 

«In tutti i casi in cui non si tratti dei liberi giochi della fantasia, un’affermazione non ha il diritto di presentarsi se non a condizione di poter essere verificata; per uno storico, se usa un documento, indicarne il più brevemente possibile la collocazione, cioè il modo di ritrovarlo, non equivale ad altro che a sottomettersi ad una regola universale di probità. Avvelenata dai dogmi e dai miti, la nostra opinione, anche la meno nemica dei “lumi”, ha perduto persino il gusto del controllo. Il giorno in cui noi, avendo prima avuto cura di non disgustarla con una vana pedanteria, saremo riusciti a persuaderla a misurare il valore di una conoscenza dalla sua premura di offrirsi in anticipo alla confutazione, le forze della ragione riporteranno una delle loro più significative vittorie»

Mark Bloch, Apologia della storia, o mestiere di storico, 1998

 

Feb 042013
 

L’incomprensione diffusa delle nozioni elementari della statistica è sorgente di confusione e danni per individui e società. Proposta per il prossimo governo: più teoria della probabilità nei programmi scolastici

[Carlo Rovelli]

Nell’istituto dove lavoravo qualche anno fa, una malattia rara non infettiva colpì cinque colleghi, a poco tempo l’uno dall’altro. L’allarme fu forte e si cercò la causa del problema. Pensammo ci fossero contaminazioni chimiche nei locali dell’istituto, ma non fu trovato niente. L’apprensione crebbe e qualcuno, spaventato, cercò lavoro altrove.

Una sera raccontai questi eventi a una cena, e un amico matematico si mise a ridere. «Ci sono 400 piastrelle sul pavimento di questa stanza; se lancio 100 chicchi di riso per terra – ci chiese -, troveremo cinque chicchi sulla stessa mattonella?». Rispondemmo di no: ci sarebbe stato solo un chicco ogni 4 piastrelle. Sbagliavamo: provammo molte volte a lanciare davvero il riso e c’era sempre qualche mattonella con due, tre, e anche cinque o più chicchi. Perché mai? Perché chicchi “lanciati a caso” non si dispongono in bell’ordine, a eguale distanza l’uno dall’altro. Atterrano, appunto, a caso, e ci sono sempre chicchi disordinati che arrivano su piastrelle dove sono arrivati anche altri chicchi. D’un tratto, il problema dei cinque colleghi malati prese tutt’altro aspetto. Cinque chicchi di riso sulla stessa mattonella non significano che la mattonella possieda forze attira-riso. Cinque persone malate non significano affatto che il nostro istituto fosse contaminato.

La mancanza di familiarità con le idee della statistica è molto diffusa, anche fra persone colte, e deleteria. L’istituto dove lavoravo era un dipartimento universitario. Noi professori sapientoni eravamo caduti in un grossolano errore di statistica. Ci eravamo convinti che il numero “fuori media” di malati richiedesse una causa. Avevamo confuso la media con la varianza. Qualcuno aveva addirittura cambiato lavoro, per niente. Di storie simili è piena la vita quotidiana.

Non è raro sentire un telegiornale riportare con rilievo il fatto che in un certa località la percentuale di qualcosa sia superiore alla media. La percentuale di qualunque cosa è superiore alla media in più o meno metà delle località (inferiore nell’altra metà).

Qualche anno fa gli italiani si commossero vedendo in televisione malati di cancro guariti dopo la cura Di Bella. Quale prova migliore dell’efficacia di questa cura, che non vedere guariti dei malati di tumori gravissimi? E invece era una sciocchezza. Con o senza cura, ci sono guarigioni naturali anche nei tumori più gravi. Esibire guarigioni, anche se numerose, non significa affatto che la cura abbia avuto effetto. Per sapere se la cura è efficace bisogna contare quante volte ha funzionato e quante non ha funzionato, e confrontare i risultati con quelli di malati non curati, o curati in altro modo.

Se non facciamo così, tanto vale che danziamo per fare scendere la pioggia, come facevamo nella preistoria: ci saranno sempre giorni in cui la danza è effettivamente seguita dalla pioggia, e potremo esibire questi giorni a dimostrazione dell’efficacia della nostra danza… È l’incomprensione della statistica che porta molti a stupirsi per le guarigioni a Lourdes, a curarsi con medicine fatte di acqua e zucchero, o a morire in giochi pericolosi dopo aver visto altri giocare senza farsi male.

Eviteremmo molte sciocchezze, e la società avrebbe vantaggi significativi se le idee di base della teoria della probabilità e della statistica fossero insegnate in maniera approfondita a scuola: in forma semplice nelle scuole elementari, in modo articolato nelle scuole medie e superiori. Ragionamenti di tipo probabilistico e statistico sono uno strumento della ragione potente e affilato. Non disporne ci lascia indifesi. Non avere chiarezza su nozioni come media, varianza, fluttuazioni e correlazioni, come purtroppo molti di noi non abbiamo, è un po’ come non sapere usare la moltiplicazione o la divisione.

La poca familiarità con la statistica porta a confondere la probabilità con l’imprecisione. Al contrario, probabilità e statistica sono strumenti precisi, che ci permettono di rispondere in modo attendibile a domande precise. Senza di esse non avremmo l’efficacia della medicina moderna, la meccanica quantistica, le previsioni del tempo, la sociologia… Anzi, non avremmo l’intera scienza sperimentale, dalla chimica all’astronomia. Senza la statistica avremmo idee molto più vaghe su come funzionano gli atomi, le nostre società e le galassie. È stata la statistica, solo per fare un esempio, a permetterci di comprendere che fumare fa male e l’amianto uccide.

Noi usiamo ogni giorno ragionamenti probabilistici. Prima di prendere una decisione, valutiamo la probabilità che segua questo o quello. Abbiamo un’idea del prezzo medio della benzina, e della sua varianza, cioè quanto singoli distributori si discostino dal prezzo medio. Sappiamo intuitivamente che due variabili sono correlate (i distributori più vicini al centro sono generalmente più cari). Distinguiamo fatti molto improbabili e poco improbabili: la probabilità di essere coinvolti in un disastro ferroviario è molto piccola, quindi prendiamo il treno; la probabilità di finire sotto il treno attraversando un passaggio a livello chiuso è piccola anch’essa (la maggioranza degli sconsiderati che lo fanno sopravvive) ma è sufficientemente significativa per sconsigliarci vivamente dal farlo. E ancora, capiamo bene la differenza fra coincidenze avvenute “per caso” e fatti legati “da una ragione”, eccetera. Ma usiamo queste idee in modo approssimativo, spesso commettendo errori. La statistica affina queste nozioni, ne dà una definizione precisa, e ci permette per esempio di valutare in maniera affidabile se un farmaco o un ponte siano pericolosi oppure no. Lo fa trattando in maniera quantitativa e rigorosa la nozione di probabilità.

Ma cos’è la probabilità? Nonostante l’efficacia della statistica, la natura della probabilità è questione dibattuta, e un capitolo vivace della filosofia. Una definizione tradizionale è basata sulla “frequenza”: se lancio un dado molte volte, un sesto delle volte verrà il numero uno; quindi dico che la probabilità che venga “uno” è un sesto. Questa definizione è debole. Per esempio, usiamo la probabilità anche in situazioni dove non si può ripetere la prova. Penso che ci sia buona probabilità (non certezza) che il responsabile di questo supplemento pubblichi questo articolo; ma non ha senso pensare di mandargli l’articolo molte volte, perché la seconda volta non lo pubblicherebbe di certo. Un’alternativa è l’interpretazione della probabilità come “propensione”. Un atomo radioattivo, secondo alcuni fisici, ha una “propensione” a decadere durante la prossima mezz’ora, che viene valutata esprimendo la probabilità che questo accada. Neanche questa interpretazione è molto soddisfacente: suona un po’ come le “virtù dormitive” della scolastica presa in giro da Molière nel Malato immaginario: il sonnifero ci fa dormire perché ha la virtù dormitiva e l’atomo decade perché ha la propensione a decadere.

La chiarezza sul concetto di probabilità è, a mio giudizio, il merito di un grande intellettuale italiano, forse non apprezzato in Italia quanto meriterebbe: il matematico e filosofo Bruno de Finetti (1906-1985). Negli anni Trenta del secolo scorso, de Finetti introduce l’idea che si rivela la chiave per comprendere la probabilità: la probabilità non si riferisce al sistema in sé (il dado, il responsabile della Domenica, l’atomo che decade, il tempo di domani), bensì alla conoscenza che io ho di questo sistema. Se dico che la probabilità che domani piova è uno su tre, non sto dicendo qualcosa che appartiene alle nubi, che possono essere già determinate dalla situazione attuale dei venti. Sto caratterizzando il mio grado di conoscenza-ignoranza sullo stato dell’atmosfera.

La geniale intuizione di de Finetti diventa concreta grazie a un teorema dimostrato nel diciottesimo secolo dal matematico inglese Thomas Bayes, e pubblicato per la prima volta due anni dopo la sua morte, nel 1763. Il teorema di Bayes fornisce una formula per calcolare come cambia la probabilità da attribuire a un evento, quando vengo a sapere qualcosa di più. Usando ripetutamente il teorema, le stime di probabilità soggettive convergono a una valutazione affidabile della possibilità di un evento. Pensiamo a un detective che abbia cinque sospetti. All’inizio dirà che la probabilità che ciascuno sia l’assassino è uno su cinque. Poi vari indizi renderanno maggiore la probabilità che il colpevole sia uno o un altro. La probabilità cambia perché il detective sa più cose, non perché siano cambiati i sospetti. Il teorema di Bayes, che fornisce la formula precisa per correggere la probabilità a ogni nuova informazione, ha trovato applicazioni dalla medicina alla fisica, e si pone al cuore della corrente soggettivista della filosofia della probabilità. Esso ci offre chiarezza sul significato della probabilità: la probabilità è la gestione oculata e razionale della nostra ignoranza.

Noi viviamo in un universo di ignoranza. Sappiamo tante cose, ma sono di più quelle che non sappiamo. Non sappiamo chi incontreremo domani per strada, non conosciamo le cause di molte malattie, non conosciamo le leggi fisiche ultime dell’universo, non sappiamo chi vincerà le prossime elezioni, non sappiamo cosa ci faccia davvero bene e cosa ci faccia male. Non sappiamo se domani ci sarà un terremoto. In questo mondo incerto, chiedere certezze assolute è una sciocchezza. Chi esibisce risposte certe è di solito il meno affidabile. Ma non per questo siamo nel buio. Fra certezza e totale incertezza vi è un prezioso spazio intermedio, ed è in questo spazio intermedio che si svolge la nostra vita e il nostro pensiero. Gestire queste conoscenze parziali è più facile se abbiamo idee chiare su probabilità e statistica.

Questo significa, per esempio, comprendere che una probabilità del 2%, cioè uno su cinquanta, che ci sia un terremoto all’Aquila la prossima settimana significa che è decisamente più probabile che il terremoto non avvenga, ma il rischio è lo stesso altissimo, e quindi richiede precauzioni. Nessuno si sognerebbe di prendere un aereo, se la probabilità che cadesse fosse il 2%, cioè se sapesse che in media si sfracella un aereo ogni cinquanta che partono. Il 2% è più o meno la probabilità di un evento maggiore valutata dalla Commissione Grandi Rischi prima del terremoto del 2009. In una società educata a pensare in termini statistici si potrebbe dire qualcosa di diverso che non: “Ci sarà un terremoto”, oppure “Non c’è pericolo: non ci sarà un terremoto”, oppure “Non sappiamo nulla sui terremoti”, tre alternative tutte sciocche. Sarebbe una società che non si farebbe abbindolare dai casi rari. Una società, con un potente strumento concettuale in più a disposizione. Per questo, dovremmo offrire una solida cultura di base di probabilità e statistica ai nostri ragazzi.

Articolo scritto da Carlo Rovelli, Gennaio 2013

Ago 212012
 

<<Il perfetto pappagallo era lo studente perfetto
Come studenti del liceo o di altre scuole superiori raramente mettevamo in questione la verità di qualsiasi affermazione. La nostra preoccupazione, invece, era di capire bene ogni frase pronunciata dai professori o letta sui testi. Immaginate l’effetto di anni di un tale esercizio su una mente in fase di evoluzione. L’abitudine a conformarsi mentalmente diventa quasi ineliminabile. Io ero solo uno di questa generazione di vittime. Quanti professori ci hanno detto che l’ordine prestabilito non era l’unica cosa che esistesse? E c’erano solo vaghe allusioni alla possibilità di cambiamento. Non eravamo ribelli. Non eravamo pionieri. Non eravamo neanche dei devoti ed entusiasti pappagalli. Eravamo soltanto dei dischi sui quali veniva inciso il linguaggio della nostra generazione. In alcuni momenti, chiamati periodi di esame, ci si aspettava da noi la riproduzione di questi linguaggi, parola per parola, paragrafo per paragrafo. Il sogno americano non si basava su “Vita, libertà e ricerca della felicità”, ma sulla determinazione di uomini d’affari a ridurre i salari e aumentare gli utili. Il sogno americano rendeva i ricchi più ricchi e teneva i poveri al suo posto. Nel frattempo i guerrafondai, professionisti della distruzione all’ingrosso e delle uccisioni di massa, avevano preso il controllo degli Stati Uniti e delle loro politiche e conducevano tutti i giochi… Gli Stati Uniti della mia gioventù stavano scivolando sotto i miei piedi e svanendo dalla mia vista. Il Mayflower Covenant, la Carta dell’amore e dei buoni rapporti tra gli uomini di William Penn, il Bill of Rights di Thomas Jefferson, la Costituzione del 1789 che da bravo studente avevo imparato a memoria, il Discorso di Lincoln di Gettysburg e il Second Inagural erano diventati carta straccia… Avevamo trasformato i nostri aratri in spade e i rastrelli in lance, gli attrezzi da lavoro in armi e tecniche di distruzione e massacro. A chi appartenevo io? Come potevo considerarmi? Ero un Don Chisciotte che combatteva inutilmente contro i mulini a vento? Ero io pazzo e i miei concittadini conservatori immobilisti invece sani di mente? O invece ero io soltanto sano di mente e loro impazziti? Il mondo che vedevo intorno a me non mi piaceva per niente, era un mondo in cui le forze di distruzione avevano la meglio… Vivo negli Stati Uniti solo perché lavoro qui… Mi vergogno profondamente però di venire associato all’oligarchia che attualmente malgoverna, sfrutta, affossa e corrompe gli Stati Uniti ed il mondo. Come individuo continuo a fare quello che posso. Vado in giro, parlo e scrivo per contrastare l’ignoranza, l’inerzia, la vigliaccheria. Credo che esista una nuova presa di coscienza sulla crisi e sulla gravità della minaccia che incombe sull’umanità. Esiste anche una crescente consapevolezza del fatto che le decisioni cruciali sono ormai state prese e che è in corso il processo di vaporizzazione della civiltà occidentale… Il mio personale contributo sta sempre più assumendo la forma di un aiuto “straniero” – rivolto a miei concittadini che quasi non conosco più. Sono persone senza storia, deviati, delusi, impreparati, beffati. Sono persone che sempre più stanno abbandonando la ragione, l’istinto e l’emozione, impegnati solo in patetici e disperati tentativi di sfuggire a un destino nefasto che li sta accerchiando piano piano, come la nebbia avvolge lentamente una nave in mare. Con la maggiore consapevolezza della reale situazione, cresceva in me la convinzione che dovevo fare qualcosa. Ho provato a parlare, scrivere, discutere, tenere lezioni e sono stato snobbato ed ignorato dai miei concittadini americani. Continuo a fare quello che posso in ogni occasione. Ho detto quello che avevo da dire dopo averlo pensato e approfondito. Continuo ad offrire il mio aiuto ai miei connazionali americani come si offre aiuto a un uomo che sta annegando e che una corrente impetuosa tenta di portarsi via ogni istante di più. Offro questo aiuto di buon grado, con speranza, con partecipazione.>>

“Come nasce un radicale”, Scott Nearing, 1972

Nov 262011
 

 

Forse i tempi stanno proprio cambiando. Gli studenti di economia di Harvard hanno denunciato il dogmatismo delle teorie economiche che sono loro insegnate in una lettera aperta a uno dei più influenti tra i loro docenti, il prof . Greg Mankiw.
Mankiw ha scritto un paio manuali su cui si sono formate intere generazioni, è stato consigliere economico per l’amministrazione d George Bush, ed è oggi al servizio dello sfidante repubblicano Mitt Romney.

Il suo corso è frequentato da oltre 700 matricole ogni anno. Ma ora queste stesse matricole hanno detto pubblicamente basta all’indottrinamento: “Riteniamo che il corso esponga una specifica e limitata visione della teoria economica” – si legge nella lettera aperta – “… non c’è nessuna giustificazione nel presentare la teoria di Adam Smith come più fondamentale di quella, poniamo, di Keynes. … lo studio dell’economia dovrebbe legittimamente includere una discussione critica sia dei benefici sia delle falle dei diversi, semplicistici, modelli economici. … ma nella nostra classe abbiamo pochissimo accesso a differenti approcci economici. L’attenzione nel presentare una prospettiva non pregiudiziale (unbiased) è ancora più importante in un corso introduttivo.”

Anni fa, in pieno ‘68, Paul Feyerabend argomentava dall’università di Berkeley che mettere a tacere punti di vista differenti da quelli dominanti significa rapinare il genere umano della possibilità di avvicinarsi alla verità. Per questo la scienza andrebbe organizzata per generare continuamente alternative, dare forza alle anomalie e stimolare la controversia.
Lui lo chiama principio di proliferazione: “Inventa, ed elabora teorie in contraddizione con il punto di vista dominante, anche se questo è generalmente accettato e ben confermato”. Non c’è niente da temere dalla competizione di idee, quello che ci deve fare paura sono il conformismo e la stagnazione. Non solo la scienza andrebbe organizzata in questo modo, ma anche le istituzioni che la ospitano – e come noto, per Feyerabend, la società intera.
E’ bello che sia un gruppo di studenti di Harvard a ricordarcelo.

da Matteo Motterlini, Il Sole 24 ore del 20/11/2011

Ago 242011
 

<<Chi riflette sui tratti costitutivi dell’Italia, del suo paesaggio geografico e, anche, storico, ricorda utilmente la bella pagina di Fernand Braudel che, osservando l’insieme del mondo europeo e mediterraneo nel pieno Rinascimento, segnala per l’Italia un carattere che egli designa con un ossimoro: la insigne, magnifica debolezza. E questa peculiare debolezza (secondo Braudel in Europa solo la Germania si avvicina all’Italia) è l’eccessiva presenza di grandi città capitali, ciascuna con una sua fisionomia particolare, una sua capacità di egemonia, nel senso ampio che Antonio Gramsci ci ha insegnato a riconoscere in questa parola. Ciò ha pesato e pesa nei processi di unificazione, ma anche protegge da omologazioni perverse e, con la sua varietà, è una riserva preziosa di vitali potenzialità autonome e creative.

Come in un gioco di grandezze e figure frattali, in cui lo stesso modulo e rapporto si itera in scale sempre più ridotte, la stessa preziosa debolezza si ripete e ritrova intorno ai grandi centri urbani che con la loro diversità profonda segnano la storia italiana: l’Italia non è solo la terra delle cento città, è anche la terra dei mille e mille centri minori raccolti intorno alle antiche capitali, anch’essi irriducibilmente segnati da tradizioni proprie solo a ciascuno, da parlate fieramente e tenacemente distinte da quelle dei centri anche più vicini. Alessandria e Novara, Como e Lodi, Padova e Vicenza, Lucca e Pisa, Siena, Arezzo e Perugia, L’Aquila e Sulmona, Cosenza e Catanzaro, Enna e Agrigento vogliono essere, sanno di essere ed effettivamente sono mondi culturali diversificati, che perfino rischia d’essere avvertito offensivo se si appaiano alla buona come ora s’è fatto: mondi diversificati nei gusti, nella cucina, nei modi di vita, nel parlare. L’incauto forestiero che non sa rischia di essere travolto da proteste e peggio se confonde i tortelli di zucca di Ferrara con quelli
soltanto omonimi di Reggio o di Modena. E, se è lecito dirlo, scendendo appena nella scala demografica, lo stesso grado di diversificazione si ritrova tra Bagheria e Castelvetrano, tra Sorrento e Torre Annunziata, tra Cori e Velletri, tra Sesto Fiorentino e Prato, tra Cogne e Cuogné: anche qui ci sono abissi culturali che la carta geografica non riesce a far presenti e che solo qualche dialettologo più fine ed esperto conosce.
Se un difetto ha il nostro ceto intellettuale è non essere abbastanza consapevole della straordinaria variegata ricchezza di quella che, trent’anni fa, ho chiamato “l’Italia dei paesi“. Peggio: il ceto intellettuale delle capitali attinge spesso a quella ricchezza il meglio delle sue energie, ma poi finge di dimenticarla e la rimuove. Sotto la scorza patinata e lustra dell’omogeneità televisiva, di pessime bevande americane, di simili capi d’abbigliamento, quella varietà resiste e il diversificarsi delle parlate, chi lo osservi con qualche attenzione, ne è indice e, forse, insieme condizione.
So di andare contro un luogo comune giornalistico. Sono costretto a parlare in prima persona.
Vorrei rammentare perfino a me stesso che ho cominciato a occuparmi della realtà linguistica italiana quasi cinquant’anni fa e mi sono subito imbattuto in autorevolissime dichiarazioni di morte prossima o già avvenuta dei dialetti. Studiando un po’ mi sono poi accorto che queste dichiarazioni ripetevano con poche varianti quelle che possono leggersi in molti dizionari dialettali fioriti durante o poco dopo gli anni dell’unificazione politica nazionale. Il fatto è che c’è una falsa lettura della realtà linguistica italiana (e non solo) dettata da un’idea altrettanto falsa: che la nostra mente linguistica sia come un secchio o uno sciacquone in cui, se si versa una lingua, forzatamente deve uscirne quella che c’era prima. Non è così. Oggi meglio di ieri ci rendiamo conto di quanto ogni comunità umana sia naturalmente intrisa di plurilinguismo, di coesistenza, anche nelle singole persone, di capacità idiomatiche diverse. Un’idea più adeguata di ciò ci permette di correggere la falsa lettura cui accennavo: il pur faticoso ma sicuro cammino che la popolazione italiana ha compiuto negli ultimi quarant’anni verso l’appropriazione effettiva della lingua nazionale, una lingua ancora cinquant’anni fa straniera in patria, una vera lingua di minoranza (disse ironicamente un valoroso glottologo padovano, Giambattista Pellegrini), non ha scacciato dalle diverse regioni i diversi dialetti, ma si è accompagnata e si accompagna a essi, al persistere del loro uso sia pure in forme per ciascuno innovative rispetto al passato. Come già è accaduto di osservare, la maggiore sicurezza linguistica, creata dal sempre più largo e diffuso possesso dei mezzi espressivi che consentono a ciascuno di passare, a seconda delle occorrenze, dai registri più accentuatamente locali e municipali ai registri espressivi di più larga circolazione regionale e nazionale, dai più informali ai più formali, ha cancellato quasi del tutto l’ostentazione scolasticistica della “dialettofobia”, dell’odio per i dialetti, anzi, si disse da qualcuno, della “malerba dialettale”. Certo hanno giovato le grandi esperienze mistilingui sia del teatro sia di prosatori del Novecento, da De Filippo e Gadda e Pasolini e Meneghello ai più recenti Camilleri o Pariani, e ha giovato la grande fioritura di liriche che si sono avvalse magistralmente dei dialetti, Guerra, Buttitta, Pierro, Zavattini, Totò, Zanzotto, Chiominto, Loi e tanti più giovani di loro, in parte ancora misconosciuti. Manca, in verità, tra le lacune persistenti della nostra cultura letteraria e intellettuale, un corpus organico degli scrittori nei dialetti d’Italia e solo in parte la lacuna è colmata da qualche antologia della poesia dialettale. Ma negli anni a noi più vicini la dialettofobia, essa sì, pare defunta. E dentro e, oserei dire, più spesso fuori della cerchia degli accademici specialisti si registra un vero moto di lavori pregevoli volti alla documentazione e allo studio lessicografico delle diverse realtà dialettali.>>

Tullio De Mauro, prefazione al “Il dizionario del dialetto di San Marco in Lamis”, Grazia e Michele Galante

Ago 042011
 

In Italia predomina un sentimento antiscientifico, che ha fatto sì che le nostre migliori menti scientifiche non siano state opportunamente valorizzate (le famose “fughe di cervelli”), se non addirittura denigrate.
Come se la scienza non facesse parte, di diritto, della nostra cultura.
Cultura scientifica e cultira umanistica non sono affatto in contrapposizione.
Privilegiando soltanto la cultura umanistica, si tralasciano, o si considerano inferiori, tutte quelle forme di conoscenza dalle quali dipende il nostro futuro: la fisica, la matematica, la biologia, l’economia e così via.
Non si potrebbe ripartire da una nuova concilazione tra Dante, Leopardi o Calvino (magari passando per Leonardo, Levi, e molti altri, per rendere meno traumatico il cammino) per arrivare agli ultimi importanti autori scientifici (quanti premi Nobel potremmo elencare…)?
Il passaggio, semplice, è nelle mani di quei volenterosi insegnanti che, nelle scuole, hanno la possibilità di aprire il mondo alle nuove generazioni.

Coraggio.

 

Giu 222011
 

Trovo veramente interessante l’esperimento di Giorgio Banaudi, giornalista che cura la rubrica “La fede in Internet” sulla rivista Jesus (Marzo e Maggio 2008).
Ha dimostrato come sia abbastanza semplice inserire false notizie nel web all’interno di portali importanti, di riferimento.
In questo caso, anche di Wikipedia.
L’esperienza fa molto riflettere: quanto sono attendibili le informazioni che troviamo in rete?

Ormai, troppo spesso sento dirmi: “Ho letto su Internet che…” (nota: su Internet non si legge nulla; Internet è una rete, il web è un servizio di Internet che permette di pubblicare ipertesti) , quindi “… posso essere sicuro che…”.
Io rispondo: “Ma dove l’hai letto? Chi l’ha scritto?”.
L’attendibilità di una notizia viene data per scontata per il solo fatto che compare sul web.
Un po’ poco, come valenza. Anzi, nulla.
Wikipedia ha ormai scalzato le vecchie e a me care enciclopedie cartacee (i bellissimi tomi che fanno anche arredamento e compagnia).
In queste c’è un comitato di saggi che garantisce per i contenuti. E, per far parte di questo gruppo di lavoro, occorre avere un bel curriculum. Non ci si improvvisa, insomma.
Ma il problema è comune ad altri mezzi d’informazione (stampa, radio, tv, ecc.). Soltanto che il bacino di utenza di Internet è pressochè illimitato.
Leggete gli articoli e fatevi due risate :-))

Articolo1:  il testo pubblicato in un primo momento
Le prove “costruite”: la notizia su Wikipedia e il sito di riferimento
Articolo 2: la rivelazione!

 

Giu 222011
 

Molte delle più importanti scoperte moderne sono sbocciate fuori dalle università, spesso da outsider che hanno lavorato con pochissimi mezzi e che gli accademici “parrucconi” – quelli che disponevano di tanti mezzi – guardavano dall’alto in basso.
Il caso più clamoroso, quello che ha letteralmente rivoluzionato la scienza moderna e ha dato il via a una nuova epoca ha un nome: Albert Einstein. Nel 1905, quando riuscì a far pubblicare sulla rivista “Annalen der Physik” i due saggetti che avrebbero rivoluzionato la storia della scienza, Einstein aveva 26 anni, era stato bocciato al primo esame di ammissione al Politecnico di Zurigo, aveva vissuto facendo supplenze di matematica negli istituti tecnici, finché aveva avuto un’assunzione provvisoria come modesto impiegato all’ufficio brevetti di Berna.In quelle poche pagine di fisica teorica (il secondo studio era di tre paginette), che hanno demolito tante antiche concezioni, c’era gran parte di quello che poi sarebbe stato scoperto sperimentalmente nel corso del Novecento. Non era solo prevista la possibilità di trasformare la materia in energia (l’energia nucleare, poi ricavata nei laboratori e non solo). La teoria generale della relatività di Einstein “implicava che l’universo deve avere avuto un inizio e che dovrà forse avere una fine” (Hawking), cosicché si scoprirà che l’universo è in espansione e che alla sua origine sta il cosiddetto Big Bang, il momento in cui, circa 15 miliardi di anni fa, hanno avuto inizio il tempo e lo spazio, da un minuscolo “punto” dotato di inaudita energia. Costo di quella ricerca pubblicata nel 1905? Praticamente zero. Però è anche giusto riconoscere che il lavoro di Einstein non sboccia dal nulla, ha progenitori come Lorentz, Poincaré, Maxwell.

Per tornare alle grandi ricerche e alle grandi “trovate” che hanno cambiato la storia, il primo computer di tutti i tempi non fu pensato, progettato e costruito in qualche meraviglioso istituto di ricerca delle grandi università americane o europee, ma, con esigui mezzi personali, dal giovane, sconosciuto Zuse Konrad, nel soggiorno di casa sua, al numero 7 di Methfellstrasse, a Berlino. E quando provò a rendere noto il suo lavoro, dopo il 1945, fu a lungo snobbato, con sufficienza, dal mondo accademico. Un altro nome di straordinaria importanza fu quello del matematico Alan Mathison Turing. Anche l’italiano Federico Faggin, che nel 1971, con due collaboratori, realizzò il primo microprocessore, inaugurando l’età dei personal computer, lavorava per una società americana, non faceva ricerca in università.
Ma, andando indietro negli anni, fra gli outsider della ricerca applicata va ricordato il nostro Guglielmo Marconi che da “autodidatta” e con i fondi del padre, a casa, iniziò le ricerche e arrivò ai suoi grandi risultati – che avrebbero spalancato al mondo l’epoca della radio, della Tv (e perfino dei cellulari) – senza trovare interlocutori in Italia. Dovette espatriare. Così conseguì pure il Nobel per la Fisica (più tardi fu molto omaggiato in Italia durante il ventennio).
Si potrebbero ricordare anche il padre scolopio Eugenio Barsanti, inventore del motore a scoppio che cambiò davvero la vita di tutti e altri due italiani di genio, Antonio Meucci e Innocenzo Manzetti, per vie diverse “inventori” del telefono: tutti ebbero dolorose disavventure e controversie per i brevetti registrati da altri.
Pure Antonio Pacinotti, inventore della dinamo-motore, dalle enormi ricadute tecnologiche e civili, ebbe questa amara sorte.