Nov 292016
 

Viviamo nell’era dell’informazione, il che significa che viviamo anche nell’era della disinformazione. In effetti, è probabile che abbiate sentito più stronzate questa settimana di quelle che una persona normale avrebbe sentito in un’intera vita 1000 anni fa. Se dovessimo sommare ogni parola in ogni saggio scientifico pubblicato prima dell’Illuminismo, il risultato sarebbe ancora ben poca cosa in confronto al numero di parole usate su internet per diffondere stronzate nel solo 21° secolo.

Se state annuendo, cominciate a fare “no” con la testa, perché sto solo sparando cazzate.

Come posso sapere quante stronzate avete sentito questa settimana? E se leggeste questo articolo Domenica? Cos’è una persona ‘normale’ che viveva 1000 anni fa? E come posso sapere quante stronzate avrebbe dovuto affrontare?

Costruire questa stronzata è stato molto facile. Una volta deciso che vi avrei impressionato piuttosto che informato, il peso si è spostato dalle mie spalle alle vostre. Le mie dichiarazioni di apertura potrebbero anche essere vere, ma non abbiamo modo di saperlo. La loro verità o falsità erano irrilevanti per me, il ‘cazzaro’.

Secondo il filosofo Harry Frankfurt, professore emerito all’Università di Princeton, una stronzata è qualcosa che si costruisce senza preoccuparsi minimamente della verità. È qualcosa di molto diverso dalla menzogna, che implica un profondo interesse per la verità (o meglio per la sua eversione). La stronzata è particolarmente perniciosa in quanto il cazzaro adotta una posizione epistemica che permette una grande agilità. Per il cazzaro non importa cosa è giusto o sbagliato. Ciò che conta è attirare l’attenzione.

Come possiamo investigare le stronzate empiricamente? Prendiamo  come esempio il famoso medico alternativo e spiritualista Deepak Chopra. Qui ci sono un paio di suoi tweet:

Meccanica della Manifestazione: intenzione, distacco, essere centrato nell’essere permettendo alla giustapposizione di possibilità di dispiegarsi #CosmicConsciousness

Come esseri di luce siamo locali e non locali, legati al tempo e attualità senza tempo e possibilità #CosmicConsciousness

Senza conoscere le intenzioni di Chopra, è un po’ difficile stabilire se questi tweets sono stronzate. Le parole che Chopra seleziona sono inutilmente complesse, e i significati che veicolano poco chiari. Forse i tweets sono stati costruiti per impressionare piuttosto che informare. Chopra avrebbe potuto usare la vaghezza come strumento per simulare profondità.

Naturalmente, tutto questo è un mio parere. Ci sono certamente persone che trovano tali proclami profondi. Chi sono io per dire che sono stronzate? Beh, ho fatto una ricerca empirica sulle stronzate, e i risultati sono chiari. I miei collaboratori ed io abbiamo recentemente pubblicato un articolo che indaga ciò quella che definiamo la cazzata pseudo-profonda. Per capire come abbiamo studiato empiricamente stronzate, si prenda in considerazione i seguenti esempi:

L’invisibile è al di là del nuovo senza tempo.

Se ti auto-realizzi, entri in un’infinita empatia che trascende la comprensione.

Queste dichiarazioni sono, in definitiva, stronzate. Posso dirlo senza mezzi termini perché sono stati generati utilizzando due siti web: wisdomofchopra.com e il New Age Bullshit Generator. Entrambi selezionano parole chiave a caso e le usano per generare delle frasi. Non hanno alcun senso predefinito e usano la vaghezza per mascherare la loro vacuità. Sono, insomma, stronzate.

Attraverso quattro studi con più di 800 partecipanti, abbiamo scoperto che le persone valutano spesso queste palesi stronzate come messaggi profondi. Ancor più importante, questa tendenza – che abbiamo denominato ricettività alla stronzata – è più comune tra le persone che hanno ottenuto risultati peggiori su una varietà di test cognitivi e di logica, e che hanno credenze religiose e paranormali. In altre parole, le persone più logiche, analitiche e scettiche erano meno propense a considerare le stronzate come messaggi profondi, proprio come ci si potrebbe aspettare.

È importante sottolineare che abbiamo incluso anche citazioni motivazionali che sono state scritte in un linguaggio semplice e dal significato chiaro (ad esempio, ‘un fiume spacca una roccia non a causa della sua forza, ma della sua costanza’). Sorprendentemente, oltre il 20 per cento dei nostri partecipanti ha valutato le frasi composte da parole chiave casuali come più profonde rispetto alle frasi con un significato chiaro. Queste persone avevano dei rivelatori di stronzate particolarmente difettosi. Hanno inoltre conseguito un punteggio più basso sulle prove logiche, cosa che indica una tendenza a prendere le decisioni più con l’intuito che con la riflessione.

E per quanto riguarda Chopra? Uno dei siti che abbiamo usato (wisdomofchopra.com) attinge le parole direttamente dal suo feed di Twitter. Ci è dunque sembrato naturale prendere dei reali tweet di Chopra e presentarli al pubblico mescolati alle frasi a caso, senza dire che erano di Chopra. Naturalmente, non tutto ciò che Chopra ha detto è una stronzata, ma questi tweets sì. Si può decidere se sono o non sono rappresentativi.

Anche se le persone in genere hanno valutato i veri tweets di Chopra poco più profondi rispetto alle frasi casuali, il rating di profondità per i due tipi erano fortemente correlati. Su una scala da 0-1, con 0 indica l’assenza di correlazione e 1 indica una correlazione perfetta, erano correlati 0.88. Inoltre, entrambi gli elementi erano correlati agli stessi stati psicologici. In altre parole, i tweet di Chopra erano psicologicamente indistinguibili dalle stronzate.

Questa è la prima indagine empirica sulle stronzate, per quanto ne sappia. Tuttavia è solo la punta di un iceberg. Ci imbattiamo in decine di stronzate ogni giorno. Pubblicità, politica, tabloid, televisione – le stronzate sembrano spuntare ovunque una volta che ci si mette alla loro ricerca. I nostri risultati sono divertenti, ma le stronzate sono un argomento serio. La poetica vischiosa di Chopra potrebbe non essere così problematica, ma la mancanza di considerazione per la verità che caratterizza una stronzata ha gravi conseguenze.

Prendete in considerazione il ruolo delle stronzate in argomenti altamente complessi come la salute. Dr Mehmet Oz, il cardiochirurgo e presentatore televisivo statunitense, ha usato le sue credenziali per spingere ‘trattamenti ciarlatani … per un guadagno personale’. La ricerca del BMJ ha rilevato che meno della metà delle prescrizioni del The Dr. Oz Show si basano su prove attendibili. Quando è stato interrogato da una sottocommissione del Senato nel 2014 sulle sue affermazioni che dei rimedi in gran parte non testati erano ‘cure miracolose’, Oz ha risposto dicendo ‘sento che il mio lavoro nello show è quello di essere una cheerleader per il pubblico’. Per sua stessa ammissione, il suo spettacolo contiene delle stronzate. Motivare la sua audience è più importante che fornire informazioni affidabili. Ciò nonostante, i suoi telespettatori lo prendono sul serio e vogliono migliorare la loro salute. Quando è in gioco il benessere, la verità dovrebbe essere la preoccupazione principale.

Ora è molto comune per i sostenitori della medicina alternativa sottolineare una ‘apertura mentale’. Purtroppo, questo può accadere trascurando l’evidenza empirica. Per esempio, molti anti-vaccinisti non sembrano curarsi del fatto che il famigerato articolo di Andrew Wakefield su Lancet nel 1998 che disegnava un legame tra il vaccino MMR e l’autismo è stato a lungo screditato e ritratto. In effetti, le spiegazioni chiare di questo fatto non dissuadono coloro che sono caduti in preda alle strozzate anti-vaccino. Malattie come il morbillo e la parotite tornano negli Stati Uniti e, secondo almeno un sito, ci sono state più di 9.000 morti evitabili a causa di mancate vaccinazioni negli Stati Uniti dal 2007. Sulle stronzate c’è davvero poco da ridere.

Nel suo libro, On Bullshit (2005), Frankfurt ha osservato che ‘la maggior parte delle persone sono piuttosto sicure della propria capacità di riconoscere ed evitare una stronzata’. Tuttavia, oltre il 98 per cento dei nostri partecipanti ha valutato almeno un elemento nel nostro rivelatore di stronzate come profonda. Non siamo così bravi a rilevare una stronzata come pensiamo.

Quindi, come potreste – voi lettori – vaccinarvi contro di esse? Per un non-spiritualista, potrebbe essere relativamente facile riconoscere quando Chopra o Oz si occupano meno della verità che del vendere libri o intrattenere gli spettatori. Ma pensare di nuovo al mio punto di apertura. Le stronzate sono molto più difficili da rilevare quando vogliamo essere d’accordo. Il primo e più importante passo è quello di riconoscere i limiti della nostra conoscenza. Dobbiamo essere umili circa la nostra capacità di giustificare le nostre convinzioni. Queste sono le chiavi per l’adozione di una mentalità critica – che è la nostra unica speranza, in un mondo così pieno di stronzate.


Gordon Pennycook è dottorando presso la University of Waterloo in Ontario. Studia le teorie duali di decisione e riflessione.
Set 252011
 

<< Quello che si dice comunemente, che la vita è una rappresentazione scenica, si verifica soprattutto in questo, che il mondo parla costantissimamente in una maniera, ed opera costantissimamente in un’altra. Della quale commedia oggi essendo tutti recitanti, perché tutti parlano a un modo, e nessuno quasi spettatore, perché il vano linguaggio del mondo non inganna che i fanciulli e gli stolti, segue che tale rappresentazione è divenuta cosa compiutamente inetta, noia e fatica senza causa. Però sarebbe impresa degna del nostro secolo quella di rendere la vita finalmente un’azione non simulata ma vera, e di conciliare per la prima volta al mondo la famosa discordia tra i detti e i fatti.>>

Giacmo Leopardi, Pensieri – XXIII

Ago 242011
 

<<Chi riflette sui tratti costitutivi dell’Italia, del suo paesaggio geografico e, anche, storico, ricorda utilmente la bella pagina di Fernand Braudel che, osservando l’insieme del mondo europeo e mediterraneo nel pieno Rinascimento, segnala per l’Italia un carattere che egli designa con un ossimoro: la insigne, magnifica debolezza. E questa peculiare debolezza (secondo Braudel in Europa solo la Germania si avvicina all’Italia) è l’eccessiva presenza di grandi città capitali, ciascuna con una sua fisionomia particolare, una sua capacità di egemonia, nel senso ampio che Antonio Gramsci ci ha insegnato a riconoscere in questa parola. Ciò ha pesato e pesa nei processi di unificazione, ma anche protegge da omologazioni perverse e, con la sua varietà, è una riserva preziosa di vitali potenzialità autonome e creative.

Come in un gioco di grandezze e figure frattali, in cui lo stesso modulo e rapporto si itera in scale sempre più ridotte, la stessa preziosa debolezza si ripete e ritrova intorno ai grandi centri urbani che con la loro diversità profonda segnano la storia italiana: l’Italia non è solo la terra delle cento città, è anche la terra dei mille e mille centri minori raccolti intorno alle antiche capitali, anch’essi irriducibilmente segnati da tradizioni proprie solo a ciascuno, da parlate fieramente e tenacemente distinte da quelle dei centri anche più vicini. Alessandria e Novara, Como e Lodi, Padova e Vicenza, Lucca e Pisa, Siena, Arezzo e Perugia, L’Aquila e Sulmona, Cosenza e Catanzaro, Enna e Agrigento vogliono essere, sanno di essere ed effettivamente sono mondi culturali diversificati, che perfino rischia d’essere avvertito offensivo se si appaiano alla buona come ora s’è fatto: mondi diversificati nei gusti, nella cucina, nei modi di vita, nel parlare. L’incauto forestiero che non sa rischia di essere travolto da proteste e peggio se confonde i tortelli di zucca di Ferrara con quelli
soltanto omonimi di Reggio o di Modena. E, se è lecito dirlo, scendendo appena nella scala demografica, lo stesso grado di diversificazione si ritrova tra Bagheria e Castelvetrano, tra Sorrento e Torre Annunziata, tra Cori e Velletri, tra Sesto Fiorentino e Prato, tra Cogne e Cuogné: anche qui ci sono abissi culturali che la carta geografica non riesce a far presenti e che solo qualche dialettologo più fine ed esperto conosce.
Se un difetto ha il nostro ceto intellettuale è non essere abbastanza consapevole della straordinaria variegata ricchezza di quella che, trent’anni fa, ho chiamato “l’Italia dei paesi“. Peggio: il ceto intellettuale delle capitali attinge spesso a quella ricchezza il meglio delle sue energie, ma poi finge di dimenticarla e la rimuove. Sotto la scorza patinata e lustra dell’omogeneità televisiva, di pessime bevande americane, di simili capi d’abbigliamento, quella varietà resiste e il diversificarsi delle parlate, chi lo osservi con qualche attenzione, ne è indice e, forse, insieme condizione.
So di andare contro un luogo comune giornalistico. Sono costretto a parlare in prima persona.
Vorrei rammentare perfino a me stesso che ho cominciato a occuparmi della realtà linguistica italiana quasi cinquant’anni fa e mi sono subito imbattuto in autorevolissime dichiarazioni di morte prossima o già avvenuta dei dialetti. Studiando un po’ mi sono poi accorto che queste dichiarazioni ripetevano con poche varianti quelle che possono leggersi in molti dizionari dialettali fioriti durante o poco dopo gli anni dell’unificazione politica nazionale. Il fatto è che c’è una falsa lettura della realtà linguistica italiana (e non solo) dettata da un’idea altrettanto falsa: che la nostra mente linguistica sia come un secchio o uno sciacquone in cui, se si versa una lingua, forzatamente deve uscirne quella che c’era prima. Non è così. Oggi meglio di ieri ci rendiamo conto di quanto ogni comunità umana sia naturalmente intrisa di plurilinguismo, di coesistenza, anche nelle singole persone, di capacità idiomatiche diverse. Un’idea più adeguata di ciò ci permette di correggere la falsa lettura cui accennavo: il pur faticoso ma sicuro cammino che la popolazione italiana ha compiuto negli ultimi quarant’anni verso l’appropriazione effettiva della lingua nazionale, una lingua ancora cinquant’anni fa straniera in patria, una vera lingua di minoranza (disse ironicamente un valoroso glottologo padovano, Giambattista Pellegrini), non ha scacciato dalle diverse regioni i diversi dialetti, ma si è accompagnata e si accompagna a essi, al persistere del loro uso sia pure in forme per ciascuno innovative rispetto al passato. Come già è accaduto di osservare, la maggiore sicurezza linguistica, creata dal sempre più largo e diffuso possesso dei mezzi espressivi che consentono a ciascuno di passare, a seconda delle occorrenze, dai registri più accentuatamente locali e municipali ai registri espressivi di più larga circolazione regionale e nazionale, dai più informali ai più formali, ha cancellato quasi del tutto l’ostentazione scolasticistica della “dialettofobia”, dell’odio per i dialetti, anzi, si disse da qualcuno, della “malerba dialettale”. Certo hanno giovato le grandi esperienze mistilingui sia del teatro sia di prosatori del Novecento, da De Filippo e Gadda e Pasolini e Meneghello ai più recenti Camilleri o Pariani, e ha giovato la grande fioritura di liriche che si sono avvalse magistralmente dei dialetti, Guerra, Buttitta, Pierro, Zavattini, Totò, Zanzotto, Chiominto, Loi e tanti più giovani di loro, in parte ancora misconosciuti. Manca, in verità, tra le lacune persistenti della nostra cultura letteraria e intellettuale, un corpus organico degli scrittori nei dialetti d’Italia e solo in parte la lacuna è colmata da qualche antologia della poesia dialettale. Ma negli anni a noi più vicini la dialettofobia, essa sì, pare defunta. E dentro e, oserei dire, più spesso fuori della cerchia degli accademici specialisti si registra un vero moto di lavori pregevoli volti alla documentazione e allo studio lessicografico delle diverse realtà dialettali.>>

Tullio De Mauro, prefazione al “Il dizionario del dialetto di San Marco in Lamis”, Grazia e Michele Galante

Ago 232011
 

Nell’opinione comune degli italiani, il termine cultura è sinonimo di cultura intellettuale e più specificamente di cultura letteraria, a conferma di una ‘declinazione’ umanistica propria della nostra tradizione.
E’ necessario rivalutare la componente scientifica della cultura a partire dalla sua dimensione tecnica, tecnologica e operativa e prospettare il proposito di pervenire dialetticamente a una  nuova definizione del termine cultura in una accezione etologica e antropologica

<<L’ingegnere, il medico, ma persino il funzionario di banca o il finanziere, sono anche loro portatori di ciò che secondo me va chiamato cultura. Direi di più. La spinta a grandi elaborazioni intellettuali, anche scientifiche, anche molto astratte, è venuta proprio da tecniche molto prossime all’operatività e alla pratica. Ciò è accaduto dalle scienze mediche all’idraulica, o alla scienza delle costruzioni.
(…)
E invece non ci dovrebbe essere bisogno di ricordare quello che sappiamo dalla storia delle elaborazioni scientifiche, anche le più sofisticate, e cioè quanto agiscano le spinte che vengono dalla pratica addirittura artigianale. Il caso di Galilei è clamoroso: Galilei elabora una prospettiva radicalmente nuova per guardare agli eventi fisici, costruita attraverso la lettura matematica e quantitativa dei fenomeni e la replicabilità delle esperienze, ma muovendo da ciò che osserva nell’Arsenale di Venezia, dove per far navigare una nave era necessario rispettare una serie di procedure pratiche che poi hanno trovato la loro interpretazione organica nella meccanica classica.>>

La cultura degli italiani, Tullio De Mauro

Ago 042011
 

Oggi, attraverso le tecnologie, possono scrivere anche tanti Italiani che solitamente non toccano mai la carta stampata: gli sms (usati due terzi della popolazione italiana), la posta elettronica (un terzo della popolazione), le chat, i blog, e via dicendo,  sono strumenti ormai alla portata di tutti.
Ma sarebbe corretto parlare di “saper digitare“, cosa ben differente dal “saper scrivere“, come tradizionalmente inteso. I testi digitali sono ormai ipotesti: frammenti, testi brevi, incompleti.
Ormai questo modo di scrivere è l’unica forma conosciuta, e quindi usabile, per comunicare.
Non più regole grammaticali e sintattiche da rispettare, ma una mutazione tecnologica che privilegia una lista di abbreviazioni lunga quasi quanto un dizionario, le emoticon (le faccine) e altri neologismi.
Che aggiungere? @_@

Lug 312011
 

E’ ormai risaputo l’uomo si distingue dagli altri animali soprattutto per la capacità di comunicare tramite un linguaggio codificato.
Purtroppo, però, stiamo assistendo in questo nuovo millennio a un fenomeno che viene definito come “desertificazione comunicativa”, e che sta colpendo particolarmente le nuove generazioni, i cosidetti “nativi digitali”.
Essere capaci di leggere e scrivere non è sufficiente: è necessario dare alle nostre idee, ai nostri pensieri, alle nostre emozioni una forza comunicativa che richiede la conoscenza della lingua.
La perdita di espressività e di efficacia del linguaggio derivano dall’uso, sempre più penetrante, delle nuove tecnologie e dei nuovi media di comunicazione, che impongono una comunicazione mmediata, sistetica, quindi sterile.
Si uccide l’espressività, e peggio ancora l’inventiva che nell’infanzia di ogni bambino è ancora viva.
Si può fare qualcosa per restituire ai nostri ragazzi la possibilità di servirsi di una lingua ancora ricca e creativa? Lo scrittore e accademico di Francia, Erik Orsenna, suggerisce: “Parlandola, scrivendola, cantandola, inventando nuove parole, e ritrovandone di vecchie”. E’ come l’amore, se non l’alimenti muore“.

MdSA-Mag2011

Giu 132011
 

Tullio De Mauro ci ricorda che una legge si differenzia da altri testi in quanto dovrebbe
<<trasferire conoscenze al destinatario perchè questi le utilizzi, in tempi deifniti, per regolare il suo comportamento pratico>>.

Ora, ognuno di noi potebbe trovare pressochè infinite casistiche di leggi italiane che poco hanno a che fare con la chiarezza.

Un bell’esempio ci viene suggerito dal senatore Luigi Zanda, relativamente alla nuova disciplina delle opere pubbliche (decreto sviluppo):

<< Le disposizioni di cui al comma 2, lettera o), si applicano a partire dal decreto ministeriale di cui all’articolo 133, comma 6, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n.163, di rilevazione delle variazioni percentuali per l’anno 2011, da adottarsi entro il 31 marzo 2012, ed ai lavori eseguiti e contabilizzati a decorrere dal 1° gennaio 2011. (…)  Le disposizioni di cui al comma 2, lettera q, numero 2), non si applicano alle procedure già avviate alla data di entrata in vigore del presente decreto-legge, per le quali continuano ad applicarsi le disposizioni di  cui all’art. 153, commi 19 e 20, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n.163, nella formulazione previgente>>

Insomma: senza chiarezza, non c’è libertà, non c’è sviluppo!