Nov 292016
 

Viviamo nell’era dell’informazione, il che significa che viviamo anche nell’era della disinformazione. In effetti, è probabile che abbiate sentito più stronzate questa settimana di quelle che una persona normale avrebbe sentito in un’intera vita 1000 anni fa. Se dovessimo sommare ogni parola in ogni saggio scientifico pubblicato prima dell’Illuminismo, il risultato sarebbe ancora ben poca cosa in confronto al numero di parole usate su internet per diffondere stronzate nel solo 21° secolo.

Se state annuendo, cominciate a fare “no” con la testa, perché sto solo sparando cazzate.

Come posso sapere quante stronzate avete sentito questa settimana? E se leggeste questo articolo Domenica? Cos’è una persona ‘normale’ che viveva 1000 anni fa? E come posso sapere quante stronzate avrebbe dovuto affrontare?

Costruire questa stronzata è stato molto facile. Una volta deciso che vi avrei impressionato piuttosto che informato, il peso si è spostato dalle mie spalle alle vostre. Le mie dichiarazioni di apertura potrebbero anche essere vere, ma non abbiamo modo di saperlo. La loro verità o falsità erano irrilevanti per me, il ‘cazzaro’.

Secondo il filosofo Harry Frankfurt, professore emerito all’Università di Princeton, una stronzata è qualcosa che si costruisce senza preoccuparsi minimamente della verità. È qualcosa di molto diverso dalla menzogna, che implica un profondo interesse per la verità (o meglio per la sua eversione). La stronzata è particolarmente perniciosa in quanto il cazzaro adotta una posizione epistemica che permette una grande agilità. Per il cazzaro non importa cosa è giusto o sbagliato. Ciò che conta è attirare l’attenzione.

Come possiamo investigare le stronzate empiricamente? Prendiamo  come esempio il famoso medico alternativo e spiritualista Deepak Chopra. Qui ci sono un paio di suoi tweet:

Meccanica della Manifestazione: intenzione, distacco, essere centrato nell’essere permettendo alla giustapposizione di possibilità di dispiegarsi #CosmicConsciousness

Come esseri di luce siamo locali e non locali, legati al tempo e attualità senza tempo e possibilità #CosmicConsciousness

Senza conoscere le intenzioni di Chopra, è un po’ difficile stabilire se questi tweets sono stronzate. Le parole che Chopra seleziona sono inutilmente complesse, e i significati che veicolano poco chiari. Forse i tweets sono stati costruiti per impressionare piuttosto che informare. Chopra avrebbe potuto usare la vaghezza come strumento per simulare profondità.

Naturalmente, tutto questo è un mio parere. Ci sono certamente persone che trovano tali proclami profondi. Chi sono io per dire che sono stronzate? Beh, ho fatto una ricerca empirica sulle stronzate, e i risultati sono chiari. I miei collaboratori ed io abbiamo recentemente pubblicato un articolo che indaga ciò quella che definiamo la cazzata pseudo-profonda. Per capire come abbiamo studiato empiricamente stronzate, si prenda in considerazione i seguenti esempi:

L’invisibile è al di là del nuovo senza tempo.

Se ti auto-realizzi, entri in un’infinita empatia che trascende la comprensione.

Queste dichiarazioni sono, in definitiva, stronzate. Posso dirlo senza mezzi termini perché sono stati generati utilizzando due siti web: wisdomofchopra.com e il New Age Bullshit Generator. Entrambi selezionano parole chiave a caso e le usano per generare delle frasi. Non hanno alcun senso predefinito e usano la vaghezza per mascherare la loro vacuità. Sono, insomma, stronzate.

Attraverso quattro studi con più di 800 partecipanti, abbiamo scoperto che le persone valutano spesso queste palesi stronzate come messaggi profondi. Ancor più importante, questa tendenza – che abbiamo denominato ricettività alla stronzata – è più comune tra le persone che hanno ottenuto risultati peggiori su una varietà di test cognitivi e di logica, e che hanno credenze religiose e paranormali. In altre parole, le persone più logiche, analitiche e scettiche erano meno propense a considerare le stronzate come messaggi profondi, proprio come ci si potrebbe aspettare.

È importante sottolineare che abbiamo incluso anche citazioni motivazionali che sono state scritte in un linguaggio semplice e dal significato chiaro (ad esempio, ‘un fiume spacca una roccia non a causa della sua forza, ma della sua costanza’). Sorprendentemente, oltre il 20 per cento dei nostri partecipanti ha valutato le frasi composte da parole chiave casuali come più profonde rispetto alle frasi con un significato chiaro. Queste persone avevano dei rivelatori di stronzate particolarmente difettosi. Hanno inoltre conseguito un punteggio più basso sulle prove logiche, cosa che indica una tendenza a prendere le decisioni più con l’intuito che con la riflessione.

E per quanto riguarda Chopra? Uno dei siti che abbiamo usato (wisdomofchopra.com) attinge le parole direttamente dal suo feed di Twitter. Ci è dunque sembrato naturale prendere dei reali tweet di Chopra e presentarli al pubblico mescolati alle frasi a caso, senza dire che erano di Chopra. Naturalmente, non tutto ciò che Chopra ha detto è una stronzata, ma questi tweets sì. Si può decidere se sono o non sono rappresentativi.

Anche se le persone in genere hanno valutato i veri tweets di Chopra poco più profondi rispetto alle frasi casuali, il rating di profondità per i due tipi erano fortemente correlati. Su una scala da 0-1, con 0 indica l’assenza di correlazione e 1 indica una correlazione perfetta, erano correlati 0.88. Inoltre, entrambi gli elementi erano correlati agli stessi stati psicologici. In altre parole, i tweet di Chopra erano psicologicamente indistinguibili dalle stronzate.

Questa è la prima indagine empirica sulle stronzate, per quanto ne sappia. Tuttavia è solo la punta di un iceberg. Ci imbattiamo in decine di stronzate ogni giorno. Pubblicità, politica, tabloid, televisione – le stronzate sembrano spuntare ovunque una volta che ci si mette alla loro ricerca. I nostri risultati sono divertenti, ma le stronzate sono un argomento serio. La poetica vischiosa di Chopra potrebbe non essere così problematica, ma la mancanza di considerazione per la verità che caratterizza una stronzata ha gravi conseguenze.

Prendete in considerazione il ruolo delle stronzate in argomenti altamente complessi come la salute. Dr Mehmet Oz, il cardiochirurgo e presentatore televisivo statunitense, ha usato le sue credenziali per spingere ‘trattamenti ciarlatani … per un guadagno personale’. La ricerca del BMJ ha rilevato che meno della metà delle prescrizioni del The Dr. Oz Show si basano su prove attendibili. Quando è stato interrogato da una sottocommissione del Senato nel 2014 sulle sue affermazioni che dei rimedi in gran parte non testati erano ‘cure miracolose’, Oz ha risposto dicendo ‘sento che il mio lavoro nello show è quello di essere una cheerleader per il pubblico’. Per sua stessa ammissione, il suo spettacolo contiene delle stronzate. Motivare la sua audience è più importante che fornire informazioni affidabili. Ciò nonostante, i suoi telespettatori lo prendono sul serio e vogliono migliorare la loro salute. Quando è in gioco il benessere, la verità dovrebbe essere la preoccupazione principale.

Ora è molto comune per i sostenitori della medicina alternativa sottolineare una ‘apertura mentale’. Purtroppo, questo può accadere trascurando l’evidenza empirica. Per esempio, molti anti-vaccinisti non sembrano curarsi del fatto che il famigerato articolo di Andrew Wakefield su Lancet nel 1998 che disegnava un legame tra il vaccino MMR e l’autismo è stato a lungo screditato e ritratto. In effetti, le spiegazioni chiare di questo fatto non dissuadono coloro che sono caduti in preda alle strozzate anti-vaccino. Malattie come il morbillo e la parotite tornano negli Stati Uniti e, secondo almeno un sito, ci sono state più di 9.000 morti evitabili a causa di mancate vaccinazioni negli Stati Uniti dal 2007. Sulle stronzate c’è davvero poco da ridere.

Nel suo libro, On Bullshit (2005), Frankfurt ha osservato che ‘la maggior parte delle persone sono piuttosto sicure della propria capacità di riconoscere ed evitare una stronzata’. Tuttavia, oltre il 98 per cento dei nostri partecipanti ha valutato almeno un elemento nel nostro rivelatore di stronzate come profonda. Non siamo così bravi a rilevare una stronzata come pensiamo.

Quindi, come potreste – voi lettori – vaccinarvi contro di esse? Per un non-spiritualista, potrebbe essere relativamente facile riconoscere quando Chopra o Oz si occupano meno della verità che del vendere libri o intrattenere gli spettatori. Ma pensare di nuovo al mio punto di apertura. Le stronzate sono molto più difficili da rilevare quando vogliamo essere d’accordo. Il primo e più importante passo è quello di riconoscere i limiti della nostra conoscenza. Dobbiamo essere umili circa la nostra capacità di giustificare le nostre convinzioni. Queste sono le chiavi per l’adozione di una mentalità critica – che è la nostra unica speranza, in un mondo così pieno di stronzate.


Gordon Pennycook è dottorando presso la University of Waterloo in Ontario. Studia le teorie duali di decisione e riflessione.
Set 142016
 

<<La perdita o il guadagno di un piccolissimo nostro interesse sembra molto più importante, suscita una gioia o una sofferenza più appassionate, un desiderio o un’avversione molto più ardente, che la più grande preoccupazione di qualcuno con il quale non abbiamo particolari legami.

Supponiamo che il grande impero cinese, con tutte le sue miriadi di abitanti, fosse all’improvviso inghiottito da un terremoto, e pensiamo a come rimarrebbe colpito un europeo dotato di un senso di umanità, che non avesse alcun legame con quella parte del mondo, nel venire a sapere di questa terribile calamità. Tornerebbe ai suoi affari o al divertimento, riprenderebbe il suo riposo o il suo svago con lo stesso agio e tranquillità di prima, come se nessuna simile catastrofe fosse accaduta. Il minimo guaio che dovesse capitare a lui provocherebbe un disturbo più reale.

Supponiamo che fosse possibile prevenire la perdita di queste centinaia di milioni di vite sacrificando il proprio dito mignolo. Un uomo dotato di umanità si rifiuterebbe di fare quel sacrificio?>>(1)

<<No, certo.
Ma sacrificheremmo il nostro dito mignolo non per amore dell’umanità, bensì perché, immaginando di essere giudicati da un osservatore imparziale, proveremmo una vergogna infinita se agissimo diversamente.

Ma a sua volta l’idea di essere osservati dall’esterno scaturisce da un’osservazione psicologica di grande acume: l’opinione che abbiamo sul nostro carattere dipende del tutto dai nostri giudizi sulla condotta tenuta in passato. È talmente spiacevole pensar male di noi stessi, che spesso distogliamo di proposito la nostra attenzione da quelle circostanze che potrebbero rendere sfavorevole il giudizio.>>(2)

(1): Teoria dei sentimenti morali, Adam Smith, 1759
(2): Sull’economia e gli economisti, Ronald Coase, premio Nobel per l’Economia, 1991

Set 132016
 

<<È il nostro secolo, lo abbiamo fatto così, non è il caso di piangerci sopra.

È un mondo di robot il cui orologio interno, atomico ovviamente, scandisce discontinuità e non sequenze. L’uomo sarà un osservatore ammaliato dalla sua improbabile esistenza. La fisica quantistica ha formattato la sua mente, è stato in grado di concepire la relatività ma sta scritto che non saprà resistere ai suoi effetti. L’immagine è la realtà e la realtà una chimera.

George Orwell… Nel suo 1984 ci ha esposto la storia dei prossimi mille anni.

Questo libro terrificante è il vero libro del XX secolo, ma non siamo unanimi nel riconoscerlo, il che ci condurrà tutti alla rovina. L’ignoranza è il nostro punto debole, da cui derivano cecità e discordia.

La Globalizzazione avanza a gran passi, presto avrà bisogno di un capo unico, di un monarca assoluto, vorrà il suo Dio, la sua legge suprema, la sua polizia, la sua televisione, le sue voci di complotto, la sua macchina pubblicitaria.

Dov’è allora la lotta ? È appunto questa: rompere l’atomo che ci imprigiona, spezzare le catene dell’asservimento, cercare la strada, trovarla al più presto, chiamare il popolo affrancato a imboccarla, e correre, correre a perdifiato. Al traguardo ci sono la luce, la libertà, la pace.>>

Boualem Sansal
(vincitore del “Grand Prix du roman de l’Académie française” con il romanzo 2084, ispirato a Orwell. Nel 2014 è stato nominato per il Premio Nobel per la letteratura)

Gen 042016
 

Lo diceva già Aristotele: dire che qualcosa è necessario equivale a dire che non è possibile che non sia, e dire che qualcosa è possibile equivale a dire che non è necessario che non sia. Su questo non possiamo che essere tutti d’accordo.

Quindi, in particolare, affermare la necessità dell’esistenza di Babbo Natale equivale ad affermare che non è possibile che Babbo Natale non esista, da cui segue che è possibile che Babbo Natale non esista solo se non è necessario che esista.

Quindi, se è necessario che sia possibile che Babbo Natale non esista, allora è necessario anche che non sia necessario che esista.

Da ciò segue, per contrapposizione, che se non è necessario che non sia necessario che Babbo Natale esista, allora non è necessario nemmeno che sia possibile che non esista.

Ma, appunto (seguendo Aristotele), dire che non è necessario che non sia necessario che Babbo Natale esista equivale a dire che è possibile che sia necessario che Babbo Natale esista.

Quindi abbiano la seguente tesi(1): Se è possibile che sia necessario che Babbo Natale esista, allora non è necessario che sia possibile che Babbo Natale non esista.

Ora, ogni possibilità è necessariamente possibile. Quindi, in particolare, se è possibile che Babbo Natale non esista, allora è necessario che sia possibile che non esista.

E questo a sua volta implica (per contrapposizione) la seguente tesi(2): Se non è necessario che sia possibile che Babbo Natale non esista, allora non è possibile che non esista.

Congiungendo le tesi (1) e (2) avremo perciò che che se è possibile che sia necessario che Babbo Natale esista, allora non è possibile che Babbo Natale non esista, cioè è necessario che esista.

Conclusione: la semplice ipotesi che sia possibile che Babbo Natale esista necessariamente implica la necessità della sua esistenza.

E siccome è possibile (ancorchè non necessario) che Babbo Natale esista necessariamente, l’ipotesi è congermata e se ne deve concludere che è necessario che esista Babbo Natale.

Ma questo significa che Babbo Natale esiste in ogni mondo possibile, e sicuramente questo nostro mondo è possibile, visto che è attuale.

Quindi Babbo Natale esiste, hic et nunc, con buona pace di chi non ci crede.

Roberto Casati e Achille Varzi, Il Sole24Ore, 20 dic 2015

Mag 222014
 

Le preoccupazioni per l’uso intensivo dei media digitali come strumenti di sorveglianza pervasiva sono aumentate esponenzialmente dopo le rivelazioni della “gola profonda” Edward Snowden sulle pratiche di spionaggio messe in atto dai suoi ex datori di lavoro, la maggiore agenzia di sicurezza Usa, la Nsa, ai danni dei cittadini americani e di tutti gli altri paesi, nonché di capi di Stato (anche alleati) e imprese pubbliche e private. A mano a mano che Snowden rendeva noti nuovi documenti che denunciavano tali pratiche – intercettazioni di conversazioni telefoniche, email e quant’altro – i media sfoderavano gli immancabili riferimenti al romanzo “1984” di Orwell, o al Panopticon di Bentham, utilizzato da Michel Foucault come emblema di una modernità assurta a regno della sorveglianza e del controllo. Ora un libro a quattro mani di David Lyon e Zygmunt Bauman (si tratta di una conversazione a distanza, realizzata attraverso lo scambio di email) dal titolo “Sesto Potere. La sorveglianza nella modernità liquida” suggerisce una prospettiva diversa.

Lyon, da sempre attento analista dei problemi della sorveglianza, e Bauman, il filosofo che ha sostituito il concetto di “modernità liquida” alla categoria di postmodernità, ribaltano gli scenari orwelliani e foucaultiani di cui sopra, ai quali contrappongono quattro tesi di fondo: 1) viviamo in un mondo post-panottico in cui le nuove forme di controllo e sorveglianza assumono le caratteristiche tipiche del consumo e dell’intrattenimento; 2) i principali oggetti al centro dell’attenzione dei sistemi di sorveglianza non sono le persone in carne e ossa, bensì i loro “doppi” elettronici, cioè i dati che li riguardano; 3) ciò che più dobbiamo temere non è la fine della privacy e dell’anonimato bensì l’inquadramento in categorie in grado di determinare a priori il nostro futuro di consumatori e cittadini; 4) la costruzione di questa macchina infernale procede con la collaborazione spontanea, se non gioiosa, delle sue vittime. Proverò ora a illustrare le quattro tesi nell’ordine appena enunciato.

Il concetto di Panopticon, argomentano Lyon e Bauman, implicava la concentrazione dei soggetti sottoposti a sorveglianza in determinati luoghi – carceri, fabbriche, scuole, ospedali, ecc. – e sfruttava il “controllo delle anime” come strumento per cambiare comportamenti e motivazioni. Lo sguardo del controllore, temuto ma non visto e quindi presunto come costantemente presente, induce l’autodisciplina di lavoratori, prigionieri, pazienti e allievi che si adeguano alle aspettative del sistema di controllo per non subire sanzioni. Queste modalità punitive di controllo, osservano gli autori, riguardano ormai esclusivamente le “zone ingestibili” della società come le prigioni e i campi profughi, sono cioè riservate agli esseri umani dichiarati “inutili” ed esclusi nel senso pieno e letterale della parola. Viceversa il nuovo potere globale – che Lyon e Bauman contrappongono al potere politico tradizionale, confinato nel locale – non si esercita erigendo barriere, recinzioni e confini che vengono anzi considerati come ostacoli da superare e aggirare; esso deve poter raggiungere tutti in modo da poterli valutare e giudicare uno per uno e, a tale scopo, si impegna affinché tutti siano motivati a esporsi volontariamente al suo sguardo, a cercarlo avidamente più che a sottrarvisi.

Passiamo alla seconda tesi. Qui Lyon e Bauman analizzano il fenomeno del “doppio elettronico”. La costruzione di veri e propri “duplicati” delle persone è un processo costantemente in atto a partire dai frammenti di dati personali che ognuno di noi fornisce continuamente e quotidianamente al sistema di sorveglianza navigando in rete, usando la carta di credito, frequentando i social media, usando i motori di ricerca. Ciò di cui non siamo consapevoli è che questi frammenti di dati, estratti per scopi diversi, vengono poi remixati e utilizzati per altri scopi, sfuggendo completamente al nostro controllo (la sorveglianza tende così “a farsi liquida”, dice Bauman riproponendo la sua metafora favorita). Ma soprattutto ciò di cui non ci rendiamo sufficientemente conto è che questa informazione sganciata dal corpo finisce per esercitare un’influenza decisiva sulle nostre opportunità di vita e di lavoro. Il punto è infatti che i nostri duplicati divengono oggetto di analisi statistiche che servono a prevedere comportamenti futuri (Lyon e Bauman citano in merito il film “Minority Report”) e, sulla base di tali previsioni, a incasellarci in determinate categorie di consumatori appetibili o marginali e/o di cittadini buoni cattivi o “pericolosi”.

Siamo così alla terza tesi, la più inquietante, secondo cui la nuova sorveglianza si propone di selezionare le persone allo stesso modo in cui, nei campi di concentramento nazisti, si selezionava chi doveva essere eliminato subito e chi poteva ancora tornare utile. Oggi è sparita la violenza omicida, ma non il principio della classificazione come presupposto di un trattamento differenziale per le diverse categorie di consumatori e cittadini. Il marketing ci valuta in base ai nostri “profili”, cioè ai nostri precedenti comportamenti di consumo; i sistemi di sicurezza non rivolgono più la loro attenzione ai singoli potenziali malfattori ma alle “categorie sospette” (vedi le disavventure delle persone di origine araba ai controlli negli aeroporti occidentali). Ecco perché la privacy non è più soltanto minacciata, ma diventa addirittura sospetta.

Quante volte vi siete sentiti rispondere da qualcuno a cui ponevate il problema “che m’importa tanto non ho nulla da nascondere”? Come dire: se qualcuno tiene troppo alla propria invisibilità è automaticamente sospettato di avere commesso un crimine. Una mentalità che alimenta la tendenza alla delazione: per non essere classificati fra i sospettati, siamo infatti disposti a puntare il dito (o gli occhiali di Google) contro gli altri. Infine la quarta tesi: esporsi alla sorveglianza è oggi divenuto un gesto spontaneo, se non addirittura gratificante. Se il sorvegliato del Panopticon era ossessionato dall’incubo di non essere mai solo, il nostro incubo è diventato quello di non essere notati da nessuno; quello che vogliamo è non sentirci mai soli. Addestrati dai reality show televisivi e dall’esibizionismo dei social media, i nativi digitali considerano l’esibizione pubblica del privato come una virtù, se non come un dovere; “diventiamo tutti, al tempo stesso, promotori di merci e le merci che promuoviamo”, siamo costantemente impegnati a trasformare noi stessi in una merce vendibile.

La seduzione sostituisce la polizia come arma strategica del controllo e ciò non riguarda solo consumi e sicurezza, ma anche la nuova organizzazione del lavoro: i manager si liberano del fardello di gestire e controllare una forza lavoro che ormai si autocontrolla h24 (come le lumache, scrivono Lyon e Bauman, ci portiamo sempre dietro quei Panopticon personali che sono cellulari, smart phone e iPad).

«La guerra d’indipendenza delle scuri contro i boia», si legge in un passaggio del libro, «ormai si è conclusa con la vittoria delle scuri, ormai sono le scuri a scegliere i fini, cioè le teste da tagliare».

Sygmunt Bauman e David Lyon, “Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida”, ed. Laterza – tratto dalla recensione di Carlo Formenti,  “Micromega” del 5 marzo 2014

Mar 302014
 

<<E poi, mi pare proprio che tu, oltretutto, non compia una cosa giusta lasciandoti andare,
mentre potresti salvarti, perché, in fondo, ti adoperi a far quello che vorrebbero i tuoi
nemici, anzi, che hanno già ottenuto, volendoti morto. E, in più, mi sembra che tu
tradisca anche i tuoi figli che potresti allevare e educare e che, invece, abbandoni e che,
per quanto dipende da te, vivranno in balia del destino, come degli orfani. Il fatto è che,
o non bisogna aver figli o, se si hanno, sacrificarsi per loro, fino all’ultimo, allevandoli
ed educandoli; e tu, al contrario, mi pare che hai scelto il partito più comodo. E, invece,
devi fare quello che un uomo onesto e coraggioso farebbe, specialmente, tu, che dici di
aver perseguito la virtù per tutta la vita.>>

Platone, “Critone”, V

Feb 042013
 

L’incomprensione diffusa delle nozioni elementari della statistica è sorgente di confusione e danni per individui e società. Proposta per il prossimo governo: più teoria della probabilità nei programmi scolastici

[Carlo Rovelli]

Nell’istituto dove lavoravo qualche anno fa, una malattia rara non infettiva colpì cinque colleghi, a poco tempo l’uno dall’altro. L’allarme fu forte e si cercò la causa del problema. Pensammo ci fossero contaminazioni chimiche nei locali dell’istituto, ma non fu trovato niente. L’apprensione crebbe e qualcuno, spaventato, cercò lavoro altrove.

Una sera raccontai questi eventi a una cena, e un amico matematico si mise a ridere. «Ci sono 400 piastrelle sul pavimento di questa stanza; se lancio 100 chicchi di riso per terra – ci chiese -, troveremo cinque chicchi sulla stessa mattonella?». Rispondemmo di no: ci sarebbe stato solo un chicco ogni 4 piastrelle. Sbagliavamo: provammo molte volte a lanciare davvero il riso e c’era sempre qualche mattonella con due, tre, e anche cinque o più chicchi. Perché mai? Perché chicchi “lanciati a caso” non si dispongono in bell’ordine, a eguale distanza l’uno dall’altro. Atterrano, appunto, a caso, e ci sono sempre chicchi disordinati che arrivano su piastrelle dove sono arrivati anche altri chicchi. D’un tratto, il problema dei cinque colleghi malati prese tutt’altro aspetto. Cinque chicchi di riso sulla stessa mattonella non significano che la mattonella possieda forze attira-riso. Cinque persone malate non significano affatto che il nostro istituto fosse contaminato.

La mancanza di familiarità con le idee della statistica è molto diffusa, anche fra persone colte, e deleteria. L’istituto dove lavoravo era un dipartimento universitario. Noi professori sapientoni eravamo caduti in un grossolano errore di statistica. Ci eravamo convinti che il numero “fuori media” di malati richiedesse una causa. Avevamo confuso la media con la varianza. Qualcuno aveva addirittura cambiato lavoro, per niente. Di storie simili è piena la vita quotidiana.

Non è raro sentire un telegiornale riportare con rilievo il fatto che in un certa località la percentuale di qualcosa sia superiore alla media. La percentuale di qualunque cosa è superiore alla media in più o meno metà delle località (inferiore nell’altra metà).

Qualche anno fa gli italiani si commossero vedendo in televisione malati di cancro guariti dopo la cura Di Bella. Quale prova migliore dell’efficacia di questa cura, che non vedere guariti dei malati di tumori gravissimi? E invece era una sciocchezza. Con o senza cura, ci sono guarigioni naturali anche nei tumori più gravi. Esibire guarigioni, anche se numerose, non significa affatto che la cura abbia avuto effetto. Per sapere se la cura è efficace bisogna contare quante volte ha funzionato e quante non ha funzionato, e confrontare i risultati con quelli di malati non curati, o curati in altro modo.

Se non facciamo così, tanto vale che danziamo per fare scendere la pioggia, come facevamo nella preistoria: ci saranno sempre giorni in cui la danza è effettivamente seguita dalla pioggia, e potremo esibire questi giorni a dimostrazione dell’efficacia della nostra danza… È l’incomprensione della statistica che porta molti a stupirsi per le guarigioni a Lourdes, a curarsi con medicine fatte di acqua e zucchero, o a morire in giochi pericolosi dopo aver visto altri giocare senza farsi male.

Eviteremmo molte sciocchezze, e la società avrebbe vantaggi significativi se le idee di base della teoria della probabilità e della statistica fossero insegnate in maniera approfondita a scuola: in forma semplice nelle scuole elementari, in modo articolato nelle scuole medie e superiori. Ragionamenti di tipo probabilistico e statistico sono uno strumento della ragione potente e affilato. Non disporne ci lascia indifesi. Non avere chiarezza su nozioni come media, varianza, fluttuazioni e correlazioni, come purtroppo molti di noi non abbiamo, è un po’ come non sapere usare la moltiplicazione o la divisione.

La poca familiarità con la statistica porta a confondere la probabilità con l’imprecisione. Al contrario, probabilità e statistica sono strumenti precisi, che ci permettono di rispondere in modo attendibile a domande precise. Senza di esse non avremmo l’efficacia della medicina moderna, la meccanica quantistica, le previsioni del tempo, la sociologia… Anzi, non avremmo l’intera scienza sperimentale, dalla chimica all’astronomia. Senza la statistica avremmo idee molto più vaghe su come funzionano gli atomi, le nostre società e le galassie. È stata la statistica, solo per fare un esempio, a permetterci di comprendere che fumare fa male e l’amianto uccide.

Noi usiamo ogni giorno ragionamenti probabilistici. Prima di prendere una decisione, valutiamo la probabilità che segua questo o quello. Abbiamo un’idea del prezzo medio della benzina, e della sua varianza, cioè quanto singoli distributori si discostino dal prezzo medio. Sappiamo intuitivamente che due variabili sono correlate (i distributori più vicini al centro sono generalmente più cari). Distinguiamo fatti molto improbabili e poco improbabili: la probabilità di essere coinvolti in un disastro ferroviario è molto piccola, quindi prendiamo il treno; la probabilità di finire sotto il treno attraversando un passaggio a livello chiuso è piccola anch’essa (la maggioranza degli sconsiderati che lo fanno sopravvive) ma è sufficientemente significativa per sconsigliarci vivamente dal farlo. E ancora, capiamo bene la differenza fra coincidenze avvenute “per caso” e fatti legati “da una ragione”, eccetera. Ma usiamo queste idee in modo approssimativo, spesso commettendo errori. La statistica affina queste nozioni, ne dà una definizione precisa, e ci permette per esempio di valutare in maniera affidabile se un farmaco o un ponte siano pericolosi oppure no. Lo fa trattando in maniera quantitativa e rigorosa la nozione di probabilità.

Ma cos’è la probabilità? Nonostante l’efficacia della statistica, la natura della probabilità è questione dibattuta, e un capitolo vivace della filosofia. Una definizione tradizionale è basata sulla “frequenza”: se lancio un dado molte volte, un sesto delle volte verrà il numero uno; quindi dico che la probabilità che venga “uno” è un sesto. Questa definizione è debole. Per esempio, usiamo la probabilità anche in situazioni dove non si può ripetere la prova. Penso che ci sia buona probabilità (non certezza) che il responsabile di questo supplemento pubblichi questo articolo; ma non ha senso pensare di mandargli l’articolo molte volte, perché la seconda volta non lo pubblicherebbe di certo. Un’alternativa è l’interpretazione della probabilità come “propensione”. Un atomo radioattivo, secondo alcuni fisici, ha una “propensione” a decadere durante la prossima mezz’ora, che viene valutata esprimendo la probabilità che questo accada. Neanche questa interpretazione è molto soddisfacente: suona un po’ come le “virtù dormitive” della scolastica presa in giro da Molière nel Malato immaginario: il sonnifero ci fa dormire perché ha la virtù dormitiva e l’atomo decade perché ha la propensione a decadere.

La chiarezza sul concetto di probabilità è, a mio giudizio, il merito di un grande intellettuale italiano, forse non apprezzato in Italia quanto meriterebbe: il matematico e filosofo Bruno de Finetti (1906-1985). Negli anni Trenta del secolo scorso, de Finetti introduce l’idea che si rivela la chiave per comprendere la probabilità: la probabilità non si riferisce al sistema in sé (il dado, il responsabile della Domenica, l’atomo che decade, il tempo di domani), bensì alla conoscenza che io ho di questo sistema. Se dico che la probabilità che domani piova è uno su tre, non sto dicendo qualcosa che appartiene alle nubi, che possono essere già determinate dalla situazione attuale dei venti. Sto caratterizzando il mio grado di conoscenza-ignoranza sullo stato dell’atmosfera.

La geniale intuizione di de Finetti diventa concreta grazie a un teorema dimostrato nel diciottesimo secolo dal matematico inglese Thomas Bayes, e pubblicato per la prima volta due anni dopo la sua morte, nel 1763. Il teorema di Bayes fornisce una formula per calcolare come cambia la probabilità da attribuire a un evento, quando vengo a sapere qualcosa di più. Usando ripetutamente il teorema, le stime di probabilità soggettive convergono a una valutazione affidabile della possibilità di un evento. Pensiamo a un detective che abbia cinque sospetti. All’inizio dirà che la probabilità che ciascuno sia l’assassino è uno su cinque. Poi vari indizi renderanno maggiore la probabilità che il colpevole sia uno o un altro. La probabilità cambia perché il detective sa più cose, non perché siano cambiati i sospetti. Il teorema di Bayes, che fornisce la formula precisa per correggere la probabilità a ogni nuova informazione, ha trovato applicazioni dalla medicina alla fisica, e si pone al cuore della corrente soggettivista della filosofia della probabilità. Esso ci offre chiarezza sul significato della probabilità: la probabilità è la gestione oculata e razionale della nostra ignoranza.

Noi viviamo in un universo di ignoranza. Sappiamo tante cose, ma sono di più quelle che non sappiamo. Non sappiamo chi incontreremo domani per strada, non conosciamo le cause di molte malattie, non conosciamo le leggi fisiche ultime dell’universo, non sappiamo chi vincerà le prossime elezioni, non sappiamo cosa ci faccia davvero bene e cosa ci faccia male. Non sappiamo se domani ci sarà un terremoto. In questo mondo incerto, chiedere certezze assolute è una sciocchezza. Chi esibisce risposte certe è di solito il meno affidabile. Ma non per questo siamo nel buio. Fra certezza e totale incertezza vi è un prezioso spazio intermedio, ed è in questo spazio intermedio che si svolge la nostra vita e il nostro pensiero. Gestire queste conoscenze parziali è più facile se abbiamo idee chiare su probabilità e statistica.

Questo significa, per esempio, comprendere che una probabilità del 2%, cioè uno su cinquanta, che ci sia un terremoto all’Aquila la prossima settimana significa che è decisamente più probabile che il terremoto non avvenga, ma il rischio è lo stesso altissimo, e quindi richiede precauzioni. Nessuno si sognerebbe di prendere un aereo, se la probabilità che cadesse fosse il 2%, cioè se sapesse che in media si sfracella un aereo ogni cinquanta che partono. Il 2% è più o meno la probabilità di un evento maggiore valutata dalla Commissione Grandi Rischi prima del terremoto del 2009. In una società educata a pensare in termini statistici si potrebbe dire qualcosa di diverso che non: “Ci sarà un terremoto”, oppure “Non c’è pericolo: non ci sarà un terremoto”, oppure “Non sappiamo nulla sui terremoti”, tre alternative tutte sciocche. Sarebbe una società che non si farebbe abbindolare dai casi rari. Una società, con un potente strumento concettuale in più a disposizione. Per questo, dovremmo offrire una solida cultura di base di probabilità e statistica ai nostri ragazzi.

Articolo scritto da Carlo Rovelli, Gennaio 2013

Feb 112012
 

Alcuni approfondimenti scaturiti dal testo di Franco Foschi pubblicato recentemente.

Zygmunt Bauman indica una società cosiddetta “liquida-moderna”, ovvero <<una società nella quale le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure>>.

Le caratteristiche principali della società liquida sono:

1. la velocità: gli atteggiamenti, la mentalità, gli interessi mutano a velocità sempre sostenuta. Un’espressione di Ralph Emerson visualizza bene questo concetto: <<Pattinanod sul ghiaccio sottile, la nostra speranza di salvezza sta nella velocità>>;

2. l’eccesso: si pensi, ad esempio, all’eccesso di informazione. Durante gli ultimi 30 anni sono state prodotte nel mondo più informazioni che nei precedenti 5 mila anni. Una sola copia del New York Times contiene più informazioni di quanto ne potesse acquisire una persona colta nel XVIII secolo durante tutta la sua vita;

3. lo scarto: la nostra economia è basata sul ciclo comprare-usare-gettare. La vera minaccia è l’esistenza di consumatori soddisfatti. Bauman afferma che il consumismo <<ha enormemente abbreviato il lasso di tempo che separa non soltanto il volere qualcosa dall’ottenerlo, ma anche la nascita del volere dalla sua cessazione>>.

Continua Bauman: <<La società dei consumi liquido-moderna svilisce gli ideali del lungo periodo e della totalità. E’ un popolo di zatterieri, non di naviganti: il marinaio ha bisogno di una solida imbarcazione, di una meta precisa cui giungere, di una bussola per navigare; gli zatterieri, che trasportano tronchi d’albero lungo il fiume, seguono la corrente, assecondano i movimenti del tronco, tenendolo a debita distanza dagli scogli e dalla riva e stando ben attenti di non cadere in acqua e lasciarci travolgere>>

 

Feb 052012
 

Tommaso Campanella è l’ultimo rappresentante di una filosofia che ancora non tiene conto della scienza moderna, e tuttavia è in un certo senso moderna, perchè desume dalla convinzione dell’animazione del mondo la fiducia di poterlo trasformare per mezzo della magia.

<<Ente nullo potere ad altri dare quel ch’egli in sé non ha>>

Del senso delle cose e della magia, Tommaso Campanella, 1604