Set 122016
 

Giacomo si trasferì da solo a Milano dove dapprima insegnò in un liceo come supplente, poi trovò lavoro nella redazione di un’enciclopedia. Si annoiava. […] Viveva solo in una camera ammobiliata, anzi ne passò molte di camere ammobiliate e conobbe molte persone, tra cui uno, un segaligno rosso di capelli […] che lavorava in un partito di sinistra, non diremo quale. […] Stranamente quest’uomo, che si chiamava Ignazio, era molto attratto da Giacomo e dal suo modo di pensare, del suo, diciamolo pure, disprezzo per la politica, dal suo considerare sempre più freddamente e per così dire economicamente la politica come un rapporto di forze, elettorali in prima istanza, ma soprattutto interne, tra membri di un partito. Un piccolo Machiavelli, come aveva pensato di lui suo padre, affascinava Ignazio. E, a differenza di tutti gli altri che avevano avuto modo di parlare di politica con Giacomo, mai alzava il dito per insegnare, per far la predica, la predica ideologica di cui tutti, Licurgo in testa erano o si atteggiavano maestri.

«Vista dal tuo punto di vista insomma, la politica sarebbe un puro gioco di do ut des, camorra, mafia, insomma: che non cambia mai col cambiare dei regimi».

«Fai conto» rispose Giacomo. Stavano seduti al Biffi Scala, una sera d’estate.

Ignazio rifletteva: «Qualunquismo insomma…».

Giacomo sorrise: «no, il contrario».

«Come sarebbe il contrario?»

«Il contrario sarebbe non mettere le carte in tavola».

«E cioè?»

«Se tu metti le carte in tavola e dici che la politica è mafia, camorra, rapporto intricatissimo di interessi e ramificazioni diretti o indiretti fino all’ultimo elettore, se dici questo, se ti pronunci in questo senso, allora appare che la politica è priva di contenuto, come dici tu ideologico, e le masse non vogliono credere a questa vaccata generale e non votano».

«Come? L’uomo qualunque».

«È già caduto, non poteva stare in piedi, e voi l’avete preso perfino sul serio, preoccupati come sempre del particolare, del voto, dal numero di voti e non dell’essenziale. L’uomo qualunque era perdente in partenza: era una protesta, non una speranza». […]

«Basterebbe darla a bere, in sostanza, questo è il tuo pensiero».

«Non basta nemmeno questo: la gente, l’elettore non è più così coglione. Non basta darla a bere, sono necessari fatti, sia demagogici, di massa, di pubblicità, e sopratutto fatti contingenti, ad personam, famiglia per famiglia, come fanno i preti. Invece voi della sinistra vi riempite la bocca prima di rivoluzione, poi di cammino verso il socialismo, per non parlare di egualitarismo, e così vi fregate. L’uomo moderno, cioè l’elettore, ha bisogno di cose, la politica la vuole tradotta in pratica nelle sue mani, dai capi mafia che si va a fare? Si va a chiedere un favore, no?»

«Corruzione cioè, quello che fanno i democristiani…».

«Loro hanno imparato dai parroci, che la sanno lunga e che, di favori ad personam ne fanno tanti, ma la cosa è molto più complessa. L’immagine di un partito dev’essere integra e corrotta al tempo stesso. Integra all’esterno e corrotta all’interno, così chi si accosta ha la faccia pulita ma pronto ad avere le mani sporche. In fondo non è che un excursus di Machiavelli anche questo. Insomma la speranza nelle parole, la certezza nei fatti. Ti premetto, e del resto tu lo sai, che non so nulla di politica e dunque non me ne intendo. Io non voto».

«Non voti?»

La domanda di Ignazio non era minacciosa, moralistica, pedagogica come Giacomo aveva udito molte altre volte nella voce di molti altri. Non era scandalizzata, ma, per così dire equidistante e neutra. «E perché non voti?»

«Ma te l’ho già detto. Grazie a Dio siamo in libertà e nessuno mi obbliga a farlo. Inoltre non ho alcun vantaggio persale a votare per l’uno o per l’altro partito».

«Vota per noi allora…».

«Potrei farlo ma innanzitutto è soltanto un voto e lo farei esclusivamente per te, anzi per il fatto che facciamo quattro chiacchiere insieme qui al Biffi Scala. Mi pare troppo poco».

«Meno male che non tutti ragionano come te».

«Ci si arriverà vedrai. Non ci sarà altro modo di prendere voti per un partito. Già lo fanno i democristiani e anche i comunisti sub specie sindacale, così anche il vostro. Ma non basterà. A poco a poco e prima di quanto pensi, l’obbedienza che tu chiami ideologica e che io chiamo tradizionale verrà a mancare. La gente crederà sempre meno in dio e nei parroci e sempre più alle cose, alle proprietà, ai vantaggi. Chi ha le proprietà cerca di difenderle, chi non le ha vorrà vantaggi. E quelli che può dare il partito comunista saranno sempre meno. E i sindacati invece finiranno per mettere i padroni con le spalle al muro e spremerli fino all’ultimo quattrino, fino ai debiti. Senza poter fare nulla, esercitare, loro, la loro potestà sulla proprietà che sono appunto e fabbriche e operai. […] I partiti stessi devono impadronirsi del capitale da distribuire, con giudizio, ai loro votanti. E poi alla gente non occorre affatto dare tutto e indirettamente: basta dare tutto poco ma direttamente. È molto più efficace. I parroci insegnano. In poche parole ciò che si ottiene non deve aver l’aria di un diritto, bensì di un regalo, per non dire beneficenza. E questo regalo è il partito che deve aver l’aria di darlo. In nome di astratti diritti e doveri non si ottiene un bel niente in cambio. Difendere e sostenere l’idea del diritto per tutti non significa affatto diritto del singolo. La cosa prende forza».

Ignazio ascoltava Giacomo in certo qual modo affascinato. Certo, il suo ragionamento non faceva una grinza, logico e utilitaristico. E forse anche dal punto di vista politico. Ma a quanto gli pareva di aver inteso si trattava di corruzione capillare, di beneficenza casa per casa, di tangenti di mafia insomma, per dirla come stava[…].

«Una associazione a delinquere» disse quasi tra sé e sé, ma Giacomo comprese quelle parole.

«Solo in senso teorico perché io non so nulla di politica, non mi intendo, non so nulla di quanto si fa dentro la direzione di un partito. Solo in senso teorico. Ma vedi, teoricamente si intende, esiste una tangente da estorcere alla massa e questo è il voto e una tangente da estorcere allo stato, cioè al parlamento, al senato, agli altri partiti e perfino alla magistratura e questa tangente è il potere. Entrambe corrono di pari passo, tenendo sempre presente però che se non c’è l’uno, non c’è nemmeno l’altro, mi pare. Tuttavia per ottenere l’uno, il voto, è necessario pagare una taglia, una piccola taglia, magari piccolissima che sono tutti i milioni di piaceri, piccoli favori che ogni deputato si affanna a procurare ai suoi elettori. Per farlo non esige altrettanta tangente dallo stato? Un posto fisso di bidello ottenuto per il fratello del barista del tuo paese non è una tangente estorta allo stato? E vuoi che quello non ti dia il voto?»

«Ma questa, si sa, è operazione comune di tutti i partiti».

«Si tratta di andare avanti su questa strada ma in direzioni diverse. Aumentando il valore delle tangenti, che sono di natura diversa come tu ben sai e hanno molte sfumature. Questo, se i democristiani lo fanno da che mondo è mondo, ma in modo grossolano e sciupone, i comunisti lo possono fare pochissimo, per il momento. Voi potreste farlo di più e con più, diciamo, con più sottigliezza».

«E come?»

Giacomo rise: «non ti voglio rubare il mestiere. Pensaci, pensateci. C’è anche un proverbio. Nessuno fa niente per niente».

Goffredo Parise, scritto inedito pubblicato sulla rivista “Riva” n.36.

Apr 172015
 

Coloro che sono favorevoli a controlli d’identità, telecamere e database di sorveglianza, data mining e altre misure di sorveglianza generalizzata rispondono spesso a chi sostiene il diritto alla privacy con quest’obiezione: Se non stai facendo niente di male, che cos’hai da nascondere?.

Ecco alcune risposte argute:

“Se non sto facendo niente di male, allora non hai motivo di sorvegliarmi”

“Perché è il governo che decide cosa è male, e continua a cambiare la definizione di cosa è male”

“Perché potresti usare in modo sbagliato le mie informazioni”

Frecciate come queste, per quanto valide, mi turbano, perché accettano il presupposto che la privacy consista nel nascondere qualcosa di male. Non è così. La riservatezza è un diritto umano intrinseco ed è un requisito necessario per mantenere la condizione umana con dignità e rispetto.

Ci sono due proverbi che esprimono in modo perfetto questo concetto: quis custodiet custodes ipsos? (Chi sorveglia i sorveglianti?) e “il potere assoluto corrompe in modo assoluto”.

Il cardinale Richelieu aveva ben presente il valore della sorveglianza quando pronunciò la celebre frase “Se mi si dessero sei righe scritte dal pugno del più onesto degli uomini, vi troverei certo qualcosa per condannarlo all’impiccagione”. Sorvegliate chiunque abbastanza a lungo e troverete qualche elemento per arrestarlo – o più semplicemente ricattarlo. La privacy è importante perché senza di essa le informazioni derivanti dalla sorveglianza verranno abusate: per fare i guardoni, per venderle ai maghi del marketing e per spiare i nemici politici, chiunque essi siano in quel particolare frangente.

La privacy ci protegge dagli abusi di coloro che sono al potere, anche se non stiamo facendo nulla che sia considerato sbagliato nel momento in cui viene effettuata la sorveglianza.

Non facciamo nulla di male quando facciamo l’amore o andiamo al gabinetto. Non nascondiamo nulla intenzionalmente quando cerchiamo un luogo privato dove riflettere o conversare. Teniamo diari privati, cantiamo in privato sotto la doccia, scriviamo lettere ad amanti segreti e poi le bruciamo. La riservatezza è un bisogno umano fondamentale.

Un futuro nel quale la privacy è costantemente sotto attacco era talmente inconcepibile per i creatori della Costituzione americana che essi non si posero neppure il problema di specificare la riservatezza come un diritto esplicito. Era intrinseca nella nobiltà del loro vivere e nella loro causa. Era evidente che essere sorvegliati in casa propria era irragionevole. Osservare e spiare erano atti così indecenti da essere inconcepibili fra i gentiluomini dell’epoca. Si sorvegliavano i criminali, non i liberi cittadini. Si era padroni in casa propria. Sono valori intrinseci nel concetto di libertà.

Perché se veniamo osservati in tutto ciò che facciamo, siamo sotto costante minaccia di correzione, giudizio, critica, persino plagio della nostra individualità. Diventiamo bambini, tenuti in catene sotto occhi sempre vigili, col timore costante che – ora o nell’incerto futuro – le tracce e le abitudini che ci lasciamo dietro verranno riesumate per implicarci da qualunque autorità si sia concentrata improvvisamente su quei nostri atti allora privati e innocenti. Perdiamo la nostra individualità, perché tutto ciò che facciamo è osservabile e registrabile.

Quanti di noi, negli ultimi quattro anni e mezzo, si sono fermati di colpo durante una conversazione, improvvisamente consapevoli di poter essere ascoltati di nascosto? Magari si trattava di una telefonata, oppure di uno scambio di e-mail, di una chattata o di una chiacchierata in un luogo pubblico. Magari stavamo parlando di terrorismo o di politica o di Islam. Ci blocchiamo e per un istante temiamo che le nostre parole possano essere tolte dal loro contesto; ma poi ridiamo della nostra stessa paranoia e proseguiamo. Ma il nostro comportamento è cambiato e il nostro modo di parlare viene sottilmente alterato.

Questa è la perdità di libertà che ci si pone di fronte quando ci viene tolta la nostra privacy. Questa è la vita nell’ex Germania Est o nell’Iraq di Saddam Hussein. Ed è il nostro futuro, man mano che permettiamo a occhi incessantemente spioni di entrare nelle nostre vite personali e private.
Sono in troppi a definire erroneamente la questione contrapponendo sicurezza e privacy. La vera scelta è fra libertà e controllo. La tirannia, sia che emerga sotto la minaccia di un attacco fisico straniero, sia che derivi da un’autorevole sorveglianza domestica, resta comunque tirannia. La libertà richiede sicurezza senza intrusione, sicurezza abbinata alla privacy. Una sorveglianza generalizzata da parte della polizia è, per definizione, uno stato di polizia. Ed è per questo che dobbiamo essere paladini della riservatezza anche quando non abbiamo nulla da nascondere.

“The Eternal Value of Privacy, Bruce Schneier, 18 maggio 2006
Nov 112013
 

<<Nell’era moderna questa tossica cacofonia insensata, la nostra versione di spettacolo e di combattimenti di gladiatori, di “panem et circenses”, viene pompata ciclicamente ventiquattrore su ventiquattro dalle onde radio.
La vita politica si è fusa con il culto della celebrità.
L’educazione è principalmente professionale. Gli intellettuali sono scacciati e disprezzati. Gli artisti non possono vivere del proprio lavoro. Poche persone leggono libri. Il pensiero è stato bandito soprattutto nelle università e nei college, dove pedanti, timidi e carrieristi sfornano banalità accademiche.>>

Chris Hedges, “La follia dell’impero” 

Set 252011
 

<< Quello che si dice comunemente, che la vita è una rappresentazione scenica, si verifica soprattutto in questo, che il mondo parla costantissimamente in una maniera, ed opera costantissimamente in un’altra. Della quale commedia oggi essendo tutti recitanti, perché tutti parlano a un modo, e nessuno quasi spettatore, perché il vano linguaggio del mondo non inganna che i fanciulli e gli stolti, segue che tale rappresentazione è divenuta cosa compiutamente inetta, noia e fatica senza causa. Però sarebbe impresa degna del nostro secolo quella di rendere la vita finalmente un’azione non simulata ma vera, e di conciliare per la prima volta al mondo la famosa discordia tra i detti e i fatti.>>

Giacmo Leopardi, Pensieri – XXIII

Ago 172011
 

Poche settimane fa, Eric Schmidt ha tenuto un discorso impossibile da passare inosservato. “Nel 2029 un semplice hard disk di 11 petabytes (1 PB – petabytes =1 milione di GB – gigabytes, ndr) costerà meno di 100 dollari”, assicurava il presidente di Google. “Secondo i miei calcoli, vi si potranno conservare 600 anni di registrazioni video quotidiane, 24 ore su 24, in qualità dvd“. Abbastanza per registrare un’intera vita, dal primo vagito all’ultimo respiro, e lasciare abbastanza spazio per le generazioni successive.
“Registrare” una vita intera costerà cento dollari.

Una rivoluzione silenziosa è dunque iniziata. Una domanda rimane però senza risposta: perché dovremmo volere una cosa del genere? Perché gli uomini dovrebbero voler registrare la loro vita? Perché ognuno di noi dovrebbe dire ai suoi amici su Facebook che in quel momento si sta pulendo la bocca? Il bisogno di comunicazione sociale non basta a rispondere a questa domanda. Esiste un principio millenario secondo cui le cose di cui ci si ricorda sono realmente accadute.

Le affermazioni di Schmidt rendono ancora più esplosive le conclusioni, pubblicate dalla rivista Science, dello studio di Betsy Sparrow e altri ricercatori che si sono interessati all’influenza della memoria digitale su quella umana.
Prima di tutto, osserviamo che Betsy Sparrow e i suoi colleghi non parlano di Internet, ma di motori di ricerca, e più precisamente di Google. In sintesi, il loro studio ci dice che con Google registriamo sempre meno informazioni, ma sappiamo sempre meglio dove trovarle. Inoltre, dimostrano che quando i soggetti si rendono conto che un’informazione – anche del tutto banale – non sarà rintracciabile co il computer, allora la memorizzano meglio.

Secondo le conclusioni degli scienziati, la delocalizzazione delle nostre conoscenze sulla rete costituisce una delocalizzazione della nostra memoria sulla rete, cosa che corrisponde a quello che i dirigenti di Google rivendicano da sempre come il loro progetto e modello economico. Che cosa c’è di sconvolgente in tutto ciò? Non è la prima volta che questo succede, già Socrate ai suoi tempi si batteva contro l’inutilità della scrittura. L’uomo ha sempre trasferito le conoscenze e la sua memoria su altri supporti. Proclamando che “non bisogna ricordarsi quello che si può ritrovare“, Jürgen Kuri della rivista C’t non fa che citare un vecchio maestro. L’esternalizzazione del sapere è il principio alla base di ogni biblioteca.

Ma per quanto simpatico possa essere, questo punto di vista nasconde un elemento essenziale: finora i diversi supporti di registrazione sono serviti a conservare il passato. Si può anche dire che queste informazioni, proprio grazie alla registrazione, sono diventate elementi del passato. Il fattore limitante del supporto cartaceo, in termini di spazio, non valeva solo per gli annunci pubblicitari dei giornali: qualsiasi forma di conoscenza è sempre stata imposta alla registrazione. Questo vincolo conferiva a ogni informazione scritta una sorta di valore materiale, come per le banconote, anche se, in fin dei conti, il contenuto delle pagine stampate non valeva granché.

In altre parole, le regole del gioco non sono più le stesse se si possono registrare, in tempo reale, seicento anni di vita per meno di cento dollari. Il valore dell’informazione non deriva più dal suo valore intrinseco, ma dal suo posto in una rete. L’onniscienza di Google non ha nulla di letterale. Si tratta di un fenomeno sociale: non è solo “sapere” ma conoscenza dell’utilizzo del sapere, parametro che a sua volta fa continuamente evolvere le condizioni del sapere. Il fenomeno del trasferimento della memoria umana a una società privata americana non riguarda solo qualunque cosa scritta ma anche la massa di esperienze e di ricordi connessi, che rappresentano altrettanti elementi fondamentali dell’identità delle persone. Oggi, è l’insieme di queste conoscenze, e non solo la teoria dei colori di Goethe, che sta riorganizzando Google.

Mountain View non si occupa solo di registrare conoscenze fattuali. Il motore di ricerca statunitense – e questa è una novità assoluta nella storia dell’umanità – si fa carico anche della valutazione, dell’organizzazione e del significato delle associazioni mentali che creiamo nell’utilizzo di queste conoscenze. Probabilmente è questo il vero, e anche il più affascinante, scopo di un’operazione che consiste nel sapere quanto tempo un mouse si è attardato su una strada di Google Earth dopo aver fatto ricerche su un casinò.

Si immagini il responsabile della biblioteca statale di Berlino che conosca dettagliatamente non solo le relazioni contenutistiche di migliaia di libri del suo istituto, ma che sappia anche quanto tempo passa ogni lettore su ogni frase di ogni libro del suo immenso catalogo. E inoltre, quali testi vengono letti, quali solo sfogliati e quali domande si fanno i lettori. Ben presto, questo responsabile conoscerà perfettamente le associazioni di idee dei suoi lettori e se ne servirà per plasmare il sapere che gestisce e organizza.

Non si tratta più, dunque, di un semplice trasferimento della memoria, ma di un suo surrogato. Poiché è molto pratico e fa guadagnare tempo (il superbibliotecario virtuale condivide infatti una parte delle sue conoscenze, anche se questa parte si limita in realtà alle informazioni già note e disponibili altrove), noi lo utilizziamo senza esitare. E ne paghiamo volentieri il prezzo. Dopo tutto, è simpatico poter far posto nella propria testa ad altre cose.

Ma fare spazio per cosa? Non si tratta solo di non doversi ricordare l’anno di nascita di Kant o la migliore ricetta di cheesecake. Quale impatto ha questo trasferimento della propria memoria sociale e associativa sulla nostra identità? Che succederà quando le nostre vite saranno regolate da questa sorta di calcolatori che ci liberano dallo sforzo di memorizzare?

Non è raro sentire specialisti sminuire l’importanza di questo genere di dibattito. Con condiscendenza, ci fanno capire che non si può fermare il progresso e comunque non lo si può fare con questo tipo di ragionamento. Ma queste affermazioni non rispondono alla domanda oggi più importante: qual è la vera influenza di queste imprese nelle quali la gente ha piena fiducia, al punto da sacrificare la propria memoria? Attualmente, il sapere è concentrato nelle mani di una sola multinazionale, tre se si contano Apple e Facebook. E che dire del fatto che il nostro superbibliotecario virtuale non ci dice mai nulla delle conoscenze veramente importanti: ovvero, quali conclusioni ha tratto dalle nostre letture, dai nostri comportamenti, dai nostri acquisti, dalla nostra vita? Che cosa sa esattamente? In realtà, questo bibliotecario assomiglia sempre di più a un dio.

Mentre l’Unione europea spende miliardi di euro per rilanciare per l’ennesima volta il progetto di localizzazione satellitare Galileo, il primo tentativo di sviluppo di un motore di ricerca casalingo è già fallito. La Cina invece, preoccupata di conservare le sue prerogative di interpretazione della realtà, ha messo a punto il motore Baidu. Non si tratta di demonizzare Google, che noi utilizziamo quotidianamente, bensì di favorire lo sviluppo di un motore di ricerca europeo, non privato ed esente da qualsiasi pressione politica o economica (utopia?, ndr). Questa iniziativa rappresenta forse il progetto tecnologico più intrigante del momento e potrebbe avere nel Chaos Computer Club, un’importante organizzazione di hacker, il suo centro di controllo tecnico. In caso contrario, non è escluso che un giorno ci ricorderemo di noi solo vedendo la nostra immagine su uno schermo di un computer attraverso l’obiettivo di una webcam.

Frank Schirrmacher, Frankfurter Allgemeine Zeitung (Traduzione di Andrea De Ritis)

Ago 122011
 

Hans KungRiprendo un tema molto caro a Hans Kung, uno dei teologi più importanti del nostro tempo.
Kung sostiene che l’umanità postmoderna, tecnologica e complessa, abbia bisogno di valori, fini, ideali e visioni comuni e l’unico modo per contrastare le sfide del presente, è creare spazi d’incontro fra etiche diverse, creare momenti di riflessione sugli atteggiamenti morali fondamentali dell’uomo.
Quindi promuovere una pace mondiale attraverso l’individuazione di elementi comuni tra le diverse religioni, le diverse ideologie.
Secondo Kung, il progetto per un’etica mondiale è sostenuto da quattro convinzioni fondamentali:
– non c’è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni;
– non c’è pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni;
– non c’è dialogo tra le religioni senza norme etiche globali;
– non c’è sopravvivenza del nostro pianeta senza un’etica globale, un’etica mondiale.

Alla base di queste convinzioni c’è,  secondo il teologo, la necessità di recuperare un elementare principio fondamentale di umanità da sempre richiamato da grandi umanisti come Immanuel Kant, Martin Luther King, Nelson Mandela, ovvero il principio secondo il quale ogni persona deve essere trattata con umanità, l’essere uomo presuppone una connessione inalienabile con la dignità umana, la quale è punto di partenza dei diritti umani universalmente riconosciuti.
L’ethos mondiale, quindi, è strettamente associato alla regola aurea già formulata da Confucio cinquecento anni prima di Cristo: “non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”. Questa è una regola comune a tutte le religioni mondiali, pertanto punto di partenza per un reale incontro fra le religioni che non possono non riconoscere la loro  corresponsabilità per la pace mondiale.

Per approfondire: Dichiarazione per un’etica mondiale, Parlamento delle religioni mondiali (1993)