Mar 012012
 

Una madre è posta di fronte alla scelta di abbandonare il proprio piccolo di trenta giorni, privarlo della sua linfa materna e lasciarlo di fronte a un fondato rischio di morte, con lo scopo di allattare un altro infante, figlio di una signora benestante la quale non vuole occuparsene per non distrarsi dai suoi svaghi.
Inconcepibile mettere a repentaglio la vita di un bambino.

Eppure, non più di un secolo fa non era affatto inconcepibile. E il rischio di morte per un bambino valeva un’occupazione stagionale.
Una storia che è terminata solo una generazione fa, visto che l’ultima mamma che si è tolta il proprio bimbo dal seno risale al 1963.

Dopo un mese dal parto, le donne lasciavano il paese, destinate ad allattare i piccoli delle famiglie più ricche, persino di famiglie aristocratiche come i Savoia, i Borghese, i Visconti, all’interno delle quali i genitori si preoccupavano di mantenere un dignitoso e pudico distacco dai figli. E allattare, col rischio di rovinarsi il seno, non era certo cosa da principesse, contesse o marchese.

La balia veniva tenuta all’oscuro della vita a casa, non poteva ricevere notizie per tutta la durata del baliatico, che durava in genere dai dodici ai quindici mesi. Dal suo paese niente, neanche un saluto: nessuna lettera, nesun contatto, nessuna eco del pianto filiale, per non alimentare la nostalgia e non subire traumi che abrebbero potuto provocare la perdita del latte.

Il figlio di appena quattro settimane veniva affidato a qualche sorella, o ai padrini di battesimo. I rischi dello svezzamento precice erano minimizzati. Spesso i bambini si ammalavano di gastroenterite, e quando la madre tornava al paese scopriva che il proprio piccolo era morto.

Alpi segrete. Storie di uomini e di montagne, Marco Albino Ferrari

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